Aborto farmacologico in Italia: un diritto possibile? Ass. Coscioni fa il punto sull’interruzione volontaria di gravidanza

di Anna Benedetto

L’Associazione Luca Coscioni è intervenuta stamani, insieme ad alcuni parlamentari dell’Intergruppo parlamentare per la Salute riproduttiva e Interruzione volontaria di Gravidanza, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, per sensibilizzare l’opinione pubblica e Parlamento sull’aborto.

A 46 anni dalla Legge 104, sulla interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e a 15 anni dalla introduzione della procedura farmacologica, l’effettiva possibilità di accedervi è negata o incerta per molte donne. Il Lazio è l’unica ragione dove attualmente è possibile praticare l’IVG in regime ambulatoriale, con autosomministrazione a domicilio del secondo farmaco, nonostante le linee di indirizzo ministeriali lo prevedano dal 2020. L’aborto farmacologico è, in diverse regioni, ancora effettuato in regime di day hospital, se non addirittura in regime di ricovero ordinario.

Streaming della conferenza stampa

La lettera aperta al Ministro Schillaci

L’Associazione Luca Coscioni ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, con la richiesta di vigilare, tramite i presidenti di Regione, sulla piena applicazione della legge 194 del 1978. Nella lettera si chiede anche agli assessori alla Salute di approvare con urgenza procedure chiare, definite e uniformi per la IVG farmacologica in regime ambulatoriale. Infine, l’Associazione sollecita la Conferenza Stato-Regioni, i Presidenti dei consigli regionali e gli assessori alla Salute ad assicurare l’appropriatezza delle procedure per l’IVG e per il trattamento dell’aborto spontaneo, garantendo alla donna la possibilità di scegliere la procedura di IVG farmacologica in regime ambulatoriale, con autosomministrazione del secondo farmaco presso il proprio domicilio. Nel caso in cui la donna sia minorenne, ha comunque facoltà di decidere se coinvolgere o meno i genitori. In tal caso il consultorio  richiederà una udienza al Giudice Tutelare che, entro cinque giorni e sentita la ragazza, può autorizzarla a decidere l’interruzione.

Dichiara Filomena Gallo, avvocata e Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni: «Chiediamo al Ministro Schillaci e alle Regioni un intervento urgente per garantire la piena accessibilità della procedura farmacologica dell’interruzione volontaria di gravidanza per tutte le donne, indipendentemente dalla loro Regione di residenza. Inoltre, come sottolineano gli esperti dell’Associazione Luca Coscioni, l’autosomministrazione a domicilio del misoprostolo è sicura e sostenuta dall’OMS e dalle principali società scientifiche internazionali, sulla base di una vasta letteratura scientifica, è preferita dalle donne e comporta una spesa minore per il nostro Sistema sanitario nazionale. Chiediamo pertanto che tutte le regioni si adeguino alle linee guida internazionali, eliminando ogni ostacolo all’accesso alla procedura, senza alcuna differenza territoriale».

«La 194 non si tocca  – ribadisce Mirella Parachini, Ginecologa e Vice-segretaria dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS – basterebbe semplicemente applicarla e poi farle un “tagliando”, come è giusto e naturale, a distanza di 46 anni».

I vantaggi dell’aborto farmacologico

Secondo la legge, è possibile richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza  entro i primi 90 giorni di gestazione qualora la gravidanza, il parto o la maternità possano determinare un pericolo per la salute psichica o fisica della donna (articolo 4 della legge 194/78). L’IVG può essere praticata dopo i primi 90 giorni quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna e/o quando siano accertati processi patologici relativi al nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna (articolo 6 legge 194/78). La privacy della donna è garantita per legge e le modalità tramite cui effettuare l’interruzione sono il metodo farmacologico ed il metodo chirurgico. Anche nel caso in cui la donna sia minorenne ha facoltà di decidere se coinvolgere i genitori, oltre che il partner. In tal caso

L’aborto farmacologico, quando praticato nei tempi su una donna sana e in regime ambulatoriale di sicurezza, offre esclusivamente vantaggi e non si comprende perché ad oggi in Italia si offerto solo nella regione Lazio.

Anna Pompili, ginecologa e co-fondatrice dell’Associazione medici italiani contraccezione e aborto, analizza i costi: «I rimborsi che le Regioni fanno alle strutture sanitarie per ogni prestazione sono: 1099 euro per ogni aborto chirurgico , 233 euro per accesso (quindi almeno 466 euro) per ogni aborto farmacologico in regime di ricovero. Mentre nel Lazio – unica regione ad oggi dove si pratica l’ aborto ambulatoriale – il costo è 35,5 euro per somministrazione di farmaco, quindi 70,30 euro totali».

Non ultima, ma anzi prima questione in materia di salute pubblica, Pompili fa presente che tra i rischi di un ricovero inappropriato ci sono le infezioni ospedaliere che, in combinazione ai rischi da  antibiotico resistenza, vede l’Italia detenere il triste primato europeo, con 11 mila morti l’anno.

Lo ribadisce anche Marcello Crivellini, docente di analisi e organizzazione di sistemi sanitari presso il Politecnico di Milano e Consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni: “Questa situazione contrasta con il principio fondamentale dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie. Le ospedalizzazioni inappropriate costituiscono un ingiustificato pericolo per la salute, comportano un inutile spreco di risorse per il nostro sistema sanitario nazionale e sono un ostacolo all’accesso all’IVG”.

Non chiamiamoli movimenti “pro-vita”, perchè noi non siamo “pro-death”

Inizia così l’intervento di Esmeralda Rizzi,  politiche di genere  CGIL, che insieme a Sonia Ostrica, coordinatrice nazionale pari opportunità UIL, lamenta l’assenza ingiustificata di rappresentanti maschili ai tavoli di chi si batte per la tutela dei diritti il cui terreno di gioco è ancora una volta il corpo delle donne.

Il gender gap si ribalta invece quando si tratta di proporre l’emendamento al dl Pnrr (ribattezzato “pro-life”), approvato lo scorso 16 aprile alla Camera, che ammette la presenza di volontari per la vita nei consultori femminili.

Lo ha ricordato anche oggi in conferenza stampa Gilda Sportiello – Deputata M5S, passata alla storia un anno fa per essere stata la prima deputata ad allattare in Aula parlamentare a Montecitorio e che lo scorso aprile in Aula ha rivendicato, con la sua scelta di abortire 14 anni prima, il suo diritto all’autodeterminazione equiparabile alla scelta di essere madre: «Io sono madre, ho scelto di esserlo, 14 anni fa ho scelto di abortire. E, sapete perché lo dico qui, nel luogo più alto della rappresentanza democratica di questo Paese? Perché nessuna donna che vuole abortire deve essere attaccata. Quando mi guardo allo specchio, non mi sento né colpevole, né mi vergogno».

Contestualmente continuano le iniziative dell’Associazione Coscioni per una riforma della legge 194  del 1978, la richiesta di dati aperti per segnalare la percentuale di obiettori per ogni struttura ospedaliera italiana (in certe strutture la percentuale dei medici obiettori oscilla tra l’80 e il 100%) e a breve con Chiara Lalli, giornalista e bioeticista, e Sonia Montegiove, giornalista e informatica, potrà essere aggiornata la mappatura di Mai Dati, e la richiesta che nei parametri LEA (livelli essenziali di assistenza che il Sistema Sanitario è tenuto a garantire a tutti i cittadini) sia inserito un indicatore sulla corretta applicazione della legge 194.

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