Addio cicatrici e complicanze post-operatorie? La risposta dalle onde elettromagnetiche

Redazione

Ogni anno in Italia si eseguono decine di migliaia di interventi di chirurgia estetica. Perfetti sul piano tecnico, eppure capaci di lasciare strascichi dolorosi e difficili da trattare: indurimenti, accumuli di liquidi, capsule che stringono le protesi come morse. Per chi li vive, non sono dettagli. Sono problemi concreti, spesso cronici, che nessuna crema o fisioterapia riesce a risolvere davvero. Ma qualcosa potrebbe cambiare.


Partiamo dai numeri. Secondo i dati 2024 della International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS), in Italia l’aumento del volume del seno è l’intervento estetico più eseguito — 74.392 procedure, il 15,5% del totale — seguito dalla liposuzione, con 39.603 interventi pari all’8,2%. Numeri importanti, che raccontano quanto queste operazioni siano ormai entrate nella quotidianità. Ma raccontano anche, le complicanze che possono seguirle.

Tra le più temute nell’ambito della chirurgia al seno c’è la contrattura capsulare: una capsula fibrotica che si forma intorno alla protesi, si indurisce progressivamente, deforma il seno e può causare un dolore intenso e cronico. Non è un’eventualità rara — rappresenta il 32% delle revisioni chirurgiche delle protesi mammarie con finalità estetica — e chi ne soffre sa quanto possa incidere sulla qualità della vita. Anche la liposuzione ha le sue insidie: fibrosi sottocutanee che rendono la pelle irregolare e indurita, e sieromi, ovvero accumuli di liquido nelle aree trattate che richiedono normalmente un intervento, seppur minimo, per essere drenati con un ago.

Fino ad oggi, per queste complicanze, le opzioni terapeutiche non invasive erano poche e spesso poco efficaci. Ora, però, arriva una notizia che potrebbe cambiare le cose.

Presso l’Università Federico II di Napoli prende avvio una nuova sperimentazione clinica dedicata proprio al trattamento di queste conseguenze post-chirurgiche, basata sulla metodologia Biodermogenesi. A dirigere gli studi sarà il Professor Francesco D’Andrea, Direttore del Dipartimento di Chirurgia plastica ed estetica del Policlinico Federico II e past president della SICPRE, la Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica. L’obiettivo è chiaro: validare scientificamente l’efficacia e la sicurezza di questa tecnologia, sviluppare protocolli standardizzati e pubblicare i risultati su riviste scientifiche.

Ma cos’è esattamente la Biodermogenesi? Si tratta di una metodologia non invasiva che combina tre tipi di stimolazione — vacuum, campi elettromagnetici e una leggerissima stimolazione elettrica — per riattivare il microcircolo cutaneo e favorire un vero processo di rigenerazione cellulare. Non si limita, quindi, a stimolare la riparazione dei tessuti danneggiati, come fanno molte altre tecnologie: agisce a un livello più profondo, favorendo la formazione di nuove fibre elastiche e di collagene e ripristinando il normale calibro dei capillari, con conseguente ossigenazione del tessuto. È già riconosciuta come trattamento d’elezione per diversi tipi di cicatrice ed è presente in 32 Paesi nel mondo, oltre che in vari atenei italiani e stranieri.

I risultati preliminari su contratture capsulari e complicanze da liposuzione sono incoraggianti. «Le esperienze maturate sino ad oggi ci hanno portati più volte a trattare sia retrazioni di capsule mammarie che effetti collaterali da liposuzione», spiega Maurizio Busoni, docente presso il Master di Medicina estetica dell’Università di Barcellona, «ottenendo sempre miglioramenti evidenti. Abbiamo quindi deciso di analizzare gli esiti con delle ecografie che hanno dimostrato in maniera evidente come le fibrosi siano progressivamente regredite e i sieromi riassorbiti». Dati che hanno convinto i ricercatori a strutturare protocolli formali e avviare studi multicentrici coordinati dal Professor D’Andrea.

 

Dott. Maurizio Busoni

 

Particolarmente significativi i risultati sul fronte del dolore: in alcuni casi di contrattura capsulare, pazienti che riferivano un livello di dolore al grado IV della scala di Wong-Baker — il massimo della scala — hanno mostrato una rapida riduzione della sintomatologia. E per quanto riguarda i sieromi, gli studi preliminari hanno evidenziato un riassorbimento spontaneo, senza necessità di aspirazione con ago.

«La Biodermogenesi rappresenta una tecnologia innovativa per la chirurgia plastica sia ricostruttiva che estetica», sottolinea il Professor D’Andrea. «Concentreremo la nostra ricerca per standardizzarne l’uso quale valido supporto terapeutico nella gestione di fibrosi, sieromi e contratture capsulari nelle mastoplastiche estetiche e ricostruttive con protesi». L’obiettivo finale, come precisa Busoni, è «offrire ai pazienti una terapia non invasiva in grado di contrastare eventi potenziali che possono insorgere spontaneamente anche quando il chirurgo opera con la massima qualità».

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