Ageismo allo specchio: come i pregiudizi sull’età possono influenzare la salute e la prevenzione

di Marta Salvati

Quando il pregiudizio sull’età diventa un problema di salute

Assonnati, davanti allo specchio, il nostro sguardo sa essere impietoso. A sedici anni si cercano le smagliature, qualche anno dopo il primo capello bianco, più avanti quella ruga d’espressione che sembra essersi piantata improvvisamente tra le sopracciglia. Quello che vediamo riflesso cambia, meno spesso cambia il modo in cui lo viviamo: gli anni si possono contare, ma soprattutto si interpretano. A vent’anni è troppo presto per decidere, a sessanta tardi per ricominciare? È l’età anagrafica che si modifica, non il meccanismo. È quello di un pregiudizio che ha un nome preciso: ageismo.

Siamo abituati a considerarlo una forma di discriminazione che colpisce soprattutto le persone anziane. In realtà ci accompagna lungo tutto l’arco della vita, cambiando volto a seconda dell’età. E oggi un numero crescente di studi suggerisce che non influenzi soltanto il modo in cui ci vedono gli altri, ma anche quello in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Può davvero un pregiudizio legato all’età incidere sulla salute? Per rispondere bisogna prima riconoscere le forme, spesso invisibili e minuscole, con cui l’ageismo entra nella nostra quotidianità.

 

L’ageismo nei giovani e negli anziani: come nasce lo stereotipo

Il report sull’ageismo dell’OMS definisce così la questione: si intendono gli stereotipi (il modo in cui pensiamo), i pregiudizi (il modo in cui proviamo sentimenti) e la discriminazione (il modo in cui agiamo) rivolti verso le persone sulla base della loro età. Una revisione sistematica globale commissionata proprio per il rapporto dell’OMS, comprendente studi condotti in 45 Paesi, ha rilevato dei risultati interessanti. In 405 studi sui 422 esaminati, l’ageismo era associato a esiti peggiori in tutti gli ambiti della salute. L’associazione più forte è stata riscontrata nel caso dell‘ageismo autodiretto, quello interiorizzato dalla persona stessa. Ecco un esempio: in Cina è stato osservato che le persone anziane caratterizzate da elevati livelli di ageismo autodiretto presentavano una probabilità di morte, nell’arco dei sei anni di osservazione, superiore di quasi il 20% rispetto a coloro che possedevano una percezione più positiva del proprio invecchiamento.


Sembra poi che questo meccanismo favorisca comportamenti meno salutari: un’alimentazione poco equilibrata, un consumo elevato di alcol e sempre lui, il fumo di sigaretta. Tanto oramai.

Non si possono poi non considerare le forme di ageismo definite ‘interpersonale’ e ‘istituzionale’, che possono contribuire a decisioni cliniche non ottimali, aumentare il rischio di politerapia e ridurre l’aderenza terapeutica. Un altro esempio riguarda la salute sessuale: gli adulti più anziani sono spesso esclusi dalle campagne di prevenzione sulle infezioni sessualmente trasmissibili e possono sentirsi a disagio nel parlare della propria sessualità con il medico, anche per il timore di atteggiamenti ageisti. Il risultato è che la prevenzione rischia di arrivare più tardi del necessario. 

Ne viene fuori un ritratto in stile “sesso, droga e rock and roll” che, ironia della sorte, è invece un pregiudizio legato alla giovane età. Nel frattempo, gli anziani sono raccontati come persone prive di desideri, fragili e inevitabilmente malate. Immagini opposte che nascono dallo stesso meccanismo: ridurre un individuo alla sua età anagrafica.

L’impatto dell’ageismo sulle popolazioni più giovani è ancora poco studiato. La review Scoping Review on Ageism against Younger Populations (de la Fuente-Núñez et al., 2021) evidenzia però che la discriminazione legata alla giovane età può influenzare decisioni terapeutiche e aumentare la vulnerabilità, soprattutto quando si intreccia con altri fattori come genere o condizioni di salute. Può inoltre avere ripercussioni sul benessere psicologico e sulla vita lavorativa, dove alcuni giovani riferiscono maggiore pressione a dimostrare maturità per essere considerati competenti. A proposito di gioventù, bisogna forse tenere a mente un aspetto importante. È da giovani che iniziamo a costruire l’idea di ciò che significherà, un giorno, diventare anziani. Ed è qui che entra in gioco il ruolo della mentalità, il fattore emerso dagli studi della prof.ssa Becca R. Levy, quello che spariglia le carte in tavola.

 

Prevenzione e ageismo: il peso delle convinzioni sulla salute

«Molte persone associano l’invecchiamento a una perdita inevitabile e continua delle capacità fisiche e cognitive», spiega la professoressa Levy, docente di Scienze sociali e comportamentali presso la Yale School of Public Health. «I nostri risultati dimostrano invece che il miglioramento nella tarda età non è un evento raro: è piuttosto frequente e dovrebbe entrare a far parte della nostra concezione del processo di invecchiamento.» Lo studio, coordinato dalla professoressa Levy e dal suo gruppo di ricerca Aging Redefined: Cognitive and Physical Improvement with Positive Age Beliefs fotografa bene questo aspetto. Analizzando per dieci anni circa 11.000 persone sopra i 65 anni, il gruppo di ricerca ha osservato che chi aveva convinzioni più positive sull’invecchiamento presentava una probabilità significativamente maggiore di recuperare capacità fisiche e cognitive rispetto a chi aveva una visione più negativa. È proprio il ruolo della mentalità, il modo in cui pensiamo all’età che può orientare anche il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute. Se per i più giovani essere etichettati costantemente come immaturi o incoscienti potrebbe tradursi in un rapporto meno costruttivo con la propria salute, al contrario per un anziano potrebbe saldarsi l’idea che alcuni disturbi siano normali ad una certa età.  Se per tutta la vita interiorizziamo che l’età avanzata coincida con fragilità, dipendenza o rinuncia, è possibile che queste convinzioni influenzino anche le scelte quotidiane: fare attività fisica, aderire agli screening, chiedere aiuto, affrontare un percorso di riabilitazione. Lo stereotipo, insomma, potrebbe smettere di essere tale e diventare un comportamento, un vero e proprio ostacolo alla prevenzione. 

Le conseguenze dell’ageismo emergono bene nella review Global reach of ageism on older persons’ health (Chang et al., 2020). I risultati restituiscono un quadro limpido: in oltre il 95% degli studi analizzati l’ageismo è associato a conseguenze negative sulla salute, dalla salute mentale alle funzioni cognitive, dalla riduzione della forza fisica alle difficoltà nell’accesso alle cure e all’aumento dell’isolamento sociale. Di nuovo davanti allo specchio la prima cosa da mettere in discussione è allora uno stereotipo: l’età racconta il tempo trascorso, non ciò che siamo ancora in grado di fare. Se la prevenzione significa proteggere la salute prima che compaia la malattia, smettere di considerare l’invecchiamento una condanna e iniziare a viverlo come una fase della vita su cui vale la pena investire è uno dei gesti che fa la differenza.

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