Alcol e cancro: la dipendenza non si ferma nemmeno con la diagnosi

Ricevere una diagnosi oncologica dovrebbe cambiare tutto. Eppure, per molti pazienti, il bicchiere non si svuota. Anzi, i dati dicono che il problema sta crescendo.

C’è un momento in cui ci si aspetterebbe che tutto cambi: il momento in cui un medico pronuncia la parola “cancro”. Eppure i dati presentati all’ASCO Annual Meeting 2026 mostrano che le ospedalizzazioni legate all’uso di alcol tra i pazienti oncologici sono in costante aumento — e che dietro i numeri si nasconde un fenomeno ancora troppo poco affrontato.

Tra il 2016 e il 2021, negli Stati Uniti, sono stati analizzati oltre 12 milioni di ricoveri non programmati di adulti con diagnosi di cancro. Di questi, 15.205 erano direttamente correlati all’alcol: intossicazione, sindrome da astinenza, disturbi dell’umore alcol-indotti. Meno dell’1% del totale, ma che rivela una tendenza . Ogni anno sono stati registrati in media 185 ricoveri in più rispetto all’anno precedente, per un aumento complessivo del 50% nell’arco del periodo esaminato — da 2.130 casi nel 2016 a 3.200 nel 2021. Il legame tra consumo di alcol e sviluppo di alcuni tumori è ormai consolidato dalla ricerca: sono coinvolti il cancro al seno, al colon-retto, all’esofago, alla testa e al collo e al fegato.

L’alcol è responsabile del 3% degli 18,7 milioni di casi di cancro registrati a livello mondiale, il consumo pesante quasi raddoppia il rischio di cancro colorettale, e si stima che circa 5.000 casi di tumore al seno all’anno siano attribuibili anche solo a un bicchiere al giorno. Tra il 1990 e il 2021, le morti correlate al consumo di alcol sono aumentate di circa il 50%.

Quello che invece mancava — e che questa ricerca inizia a esplorare — è la comprensione di come l’alcol influenzi concretamente il percorso di cura di chi ha già ricevuto una diagnosi. 

L’analisi ha permesso di identificare i profili di pazienti maggiormente esposti a ospedalizzazioni alcol-correlate. Gli uomini hanno una probabilità tre volte superiore rispetto alle donne. I pazienti tra i 30 e i 49 anni mostrano il rischio più elevato in assoluto — quasi sei volte quello degli over 70. Con un forte gradiente sociale: chi vive in condizioni di fragilità sociale è esposto in misura ancora maggiore. L’instabilità abitativa, ad esempio, aumenta le probabilità di ricovero per alcol di quasi sei volte. La presenza di un disturbo depressivo le moltiplica per 3,5. Chi ha anche un disturbo da uso di oppioidi rischia 2,4 volte di più. Chi vive in comunità rurali è più vulnerabile rispetto a chi abita in contesti urbani. La maggior parte di questi fattori erano già stati identificati come fattori di rischio indipendenti nella popolazione generale ma sorprende la loro entità nei pazienti oncologici anche se è noto che più del 60% delle persone con cancro non riesce a smettere di fumare o ricomincia dopo le cure.

Il motivo più frequente di ricovero è risultato essere la sindrome da astinenza alcolica, che ha rappresentato il 69,4% dei casi, seguita dall’intossicazione acuta (22,2%). Dati che indicano non un consumo occasionale o ricreativo, ma una dipendenza strutturata — e che si associano, come è noto, a un rischio aumentato di complicanze postoperatorie, comorbilità e recidive. I loro risultati possono essere subottimali perché possono avere problematiche multiple, come la cirrosi. Eppure, nella pratica clinica, la domanda sull’alcol viene ancora troppo spesso dimenticata o evitata. Basterebbero poche semplici domande, una comunicazione aperta sugli stili di vita: “Bevi alcolici? Quanti al giorno/settimana? Sai che l’alcol è cancerogeno? Se c’è un problema, come possiamo affrontarlo? “

Lo studio presenta limiti legati alla sua natura retrospettiva. I ricercatori sottolineano la necessità di studi futuri che valutino se i pazienti con ricoveri alcol-correlati abbiano esiti clinici peggiori rispetto agli altri pazienti oncologici.

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