Col Protocollo Zeus non serve essere “eroi” per prevenire un femminicidio

di Anna Benedetto

 

Il 25 Novembre 2022, Giornata internazionale contro la violenza sulle Donne, è un giorno in più del calendario per ribadire che la violenza, anche se si svolge tra le mure domestiche, non è mai una questione privata.

Si chiama protocollo Zeus ma non serve una divinità o un super eroe per attivarlo: basta una telefonata, anche in forma anonima, al Pronto Intervento.

Spesso la vittima di violenza, soprattutto se a perpetrarla è un familiare o un partner, si vergogna a denunciare o anche solo ad ammettere o raccontare una situazione di abuso. 

Le donne vanno difese anche occupandosi degli uomini prima che sia troppo tardi: la battaglia contro il femminicidio si gioca soprattutto nel campo della prevenzione.

Condividiamo il video realizzato dal FIM Daisy, il network delle donne metalmeccaniche della Fim, per informare su questo strumento di contrasto alla violenza alla portata di tutti.

Il Protocollo Zeus

Non tutti sanno infatti che, nei casi di violenza psicologica e/o fisica (dalle molteplici escalation fino al femminicidio), la comunità (ovvero ognuno di noi) può avere un ruolo decisivo nella “prevenzione” e/o “riduzione del rischio”, facendo emergere il sommerso soprattutto per quanto riguarda le violenze domestiche.

Da oggi l’amico, il collega, il vicino di casa, il membro della famiglia che sa cogliere i segnali di abuso e violenza, può effettuare una segnalazione alle forze dell’ordine.

Una volta verificata la situazione da parte delle forze dell’Ordine, parte il cosiddetto protocollo Zeus:

uno strumento di prevenzione che consiste in un ammonimento emesso dal Questore – una sorta di ‘cartellino giallo’ – per intimare alla persona abusante di interrompere qualsiasi forma di aggressione, anche verbale. Invitandola, allo stesso tempo, a seguire un percorso di recupero a cura di un team di professionisti presso un Cipm, ossia un centro specializzato nel contrasto alla violenza e per i conflitti interpersonali – e nel contempo tiene sotto controllo il soggetto autore della “violenza”.

Il Protocollo Zeus, entrato in vigore nell’aprile 2018, è uno strumento pensato per aiutare e proteggere le donne, ma che mira a ‘rieducare’ gli uomini già dopo il primo schiaffo, prima che si arrivi ad altri comportamenti più gravi o a condotte irreparabili.

Grazie alla legge 119 del 2013, per la prima volta, il mondo della prevenzione primaria ha rivolto la sua attenzione alla figura dell’uomo maltrattante o stalker, introducendo strumenti unici in Europa per spezzare il ciclo della violenza, aiutare gli autori di queste condotte a vivere e gestire le relazioni personali ed affettive in modo sano e rispettoso della partner.

La funzione preventiva è duplice perché correggere per tempo una condotta abusante in famiglia significa anche evitare che il bambino riproduca il medesimo modello comportamentale nelle relazioni future, da adulto.

 

Un percorso gratuito di prevenzione e recupero

L’Ammonimento del Questore nasce per garantire alla vittima una tutela rapida ed anticipata rispetto alla definizione del procedimento penale e consiste nell’avvertimento, rivolto dal Questore allo stalker o al maltrattante, di astenersi dal commettere ulteriori atti di molestia o violenza domestica.

Attualmente, il Protocollo Zeus è operativo nella metà delle province d’Italia. Sono 54 le Questure (47% rispetto a tutti gli uffici presenti sul territorio nazionale) che hanno firmato dei Protocolli oppure hanno avviato interlocuzioni per l’invio e la presa in carico delle persone ammonite da parte di Centri specialistici.

L’efficacia è dimostrata dai dati: pur rappresentando solo il 47% di tutte le Questure, in quelle sedi sono stati irrogati il 54% di tutti gli ammonimenti emessi nel periodo.

La percentuale di ammoniti che hanno aderito al trattamento e che sono, successivamente, risultati recidivi (cioè sono stati denunciati per maltrattamenti in famiglia o atti persecutori) è stata, in media, dell’11%; quindi circa il 90% di questi non commette ulteriori comportamenti violenti dopo aver seguito tale percorso.

In nessuno dei casi di femminicidio registrati quest’anno al presunto autore era stato irrogato un ammonimento o altra misura di prevenzione.

 

I numeri della violenza

Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3.

In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

I dati del Report  del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2022 evidenzia che: nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2022 sono stati registrati 273 omicidi (+2% rispetto allo stesso periodo del 2021), con 104 vittime donne (- 5% rispetto allo stesso periodo del 2021 in cui le donne uccise sono state 109).

Le donne uccise  in ambito familiare/affettivo sono state 88 (- 6% rispetto dello stesso periodo del 2021 in cui le vittime sono state 94); di queste, 52 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner (-16% rispetto alle 62 vittime dello stesso periodo del 2021).

Secondo l’ultimo report Istat sulle vittime di omicidio 2021 , nel sono stati commessi 303 omicidi. In 184 casi le vittime sono uomini e in 119 sono donne (il 39,3% del totale). Le vittime uccise in una relazione di coppia o in famiglia sono 139 (45,9% del totale), 39 uomini e 100 donne.
Il 58,8% delle donne è vittima di un partner o ex partner (57,8% nel 2020 e 61,3% nel 2019). Fra i partner assassini nel 77,8% dei casi si tratta del marito, mentre tra gli ex prevalgono ex conviventi ed ex fidanzati. Il 25,2% delle donne è invece vittima di un altro parente, il 5% di un conoscente e il 10,9% di uno sconosciuto. 

In totale si tratta di 104 femminicidi presunti, su 119 omicidi con una vittima donna.
La percentuale di donne uccise nella coppia o in famiglia è più alta tra le 45-54enni (94,7%) e tra le 55- 64enni (91,7%).
Tra i moventi degli omicidi, il primo posto è occupato da “lite, futili motivi, rancori personali” (45,9%), valore rilevante per le vittime di entrambi i sessi (47,3% per gli uomini e 43,7% per le donne).  Al secondo posto figurano i “motivi passionali” (11,6% degli omicidi), con una netta distinzione per sesso (20,2% per le donne e solo 6,0% per gli uomini).

 

I numeri da fare per interrompere la violenza:

Il 1522 è il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, predisposto dal Dipartimento per le Pari Opportunità sin dal 2006 per sostenere le donne ad uscire da situazioni di violenza. È gratuito, attivo tutti i giorni, 24 ore su 24, e accessibile sia da rete fissa che da cellulare dall’intero territorio nazionale.

Il 112 resta il numero di pronto intervento alla portata di chiunque volesse segnalare una situazione di violenza.

Esiste inoltre l’app YouPol,  realizzata inizialmente dalla Polizia di Stato per segnalare episodi di spaccio e bullismo, che è stata estesa anche ai reati di violenza che si consumano tra le mura domestiche.

Il 118, numero del Pronto Soccorso, soprattutto se si ha bisogno di cure mediche immediate e non procrastinabili. Gli operatori sociosanitari del Pronto Soccorso, oltre a fornire le cure necessarie, sapranno indirizzare la persona vittima di violenza verso un percorso di uscita dalla violenza.

 

Le conseguenze della violenza sulla salute delle donne

Subire violenze – essere insultata, umiliata, controllata, stalkerata, terrorizzata e minacciata, stuprata, presa a schiaffi, pugni o calci, sbattuta contro un muro o contro un vetro, strangolata – fa indubbiamente male alla salute. 

Le conseguenze della violenza sulla salute possono essere dirette o indirette (se considerate dal punto di vista fisico o psicologico). Le conseguenze dirette di un’aggressione fisica consistono in fratture, lividi e lesioni, traumi di varie entità; in caso di violenza sessuale, c’è il rischio di una gravidanza indesiderata, di una malattia sessualmente trasmissibile o dell’AIDS. Le conseguenze indirette sono scatenate dallo stress e, mediate dal malfunzionamento del sistema immunitario, possono colpire qualsiasi organo o funzione. Un’altra modalità attraverso la quale la violenza può compromettere la salute riguarda i comportamenti a rischio: la donna abusata può smettere di mangiare, trascurare la sua salute, non effettuare i controlli sanitari necessari, oppure consumare troppi farmaci oppure sfociare in  percorsi di dipendenza, “automedicandosi” con fumo, alcol o droghe.

Sul piano psicologico, conseguenze dirette di violenze fisiche o sessuali possono essere rappresentate da reazioni di ansia acuta, di dissociazione, o di numbing (rallentamento e intorpidimento delle reazioni) e, nei casi più gravi, dalla sindrome post-traumatica da stress. Anche violenze di natura psicologica – scenate, minacce, segregazione in casa – possono scatenare gravi reazioni sul piano psicologico. A medio e a lungo termine, la conseguenza psicologica più frequente è la depressione: numerose ricerche mostrano che le donne maltrattate dal partner hanno un rischio di depressione 4/5 volte maggiore rispetto alle altre donne. Altra conseguenza dello stato di disperazione indotto nelle vittime dai maltrattamenti è il suicidio: uno studio francese (ricerca Enveff, 2002) su un campione di 7000 donne, mostra che il rischio di un tentativo di suicidio aumenta di 19 volte nei mesi successivi un’aggressione fisica e di 26 volte in seguito a una violenza sessuale.

Essere stuprate da un partner o un ex partner (il caso più frequente), da un conoscente, o da uno sconosciuto (il caso più raro) provocava reazioni altrettanto gravi. Le vittime di queste violenze frequentano più spesso delle altre i servizi sanitari e consumano più farmaci rispetto alle altre donne. Secondo i risultati di una metanalisi promossa dalla Banca Mondiale, le donne che hanno subito violenza costano alla società più del doppio se confrontate con le altre donne: utilizzano 3 volte di più i servizi sanitari (pronto soccorso, consultori ginecologici, servizi psichiatrici, Sert), fanno maggior uso (e abuso) di psicofarmaci, perdono più giorni di lavoro, vanno più frequentemente incontro a invalidità.

Statisticamente una donna che ha subito violenza nell’arco del triennio torna in media 5/6 volte in Pronto Soccorso, dove le diagnosi di violenza sono in aumento anche e soprattutto grazie all’occhio più affinato a riconoscerne i segnali, da parte dei medici e degli operatori sanitari. Perchè, si sa, spesso si parla di “incidente domestico” per paura e/o vergogna di dichiarare la verità.

A tal fine, sempre quest’anno, è stato lanciato il percorso di formazione #IpaziaCcm2021, finalizzato ad accrescere le capacità di operatori ed operatrici, soprattutto della sanità territoriale, per individuare tempestivamente i casi di violenza, intervenire in maniera da proteggere le vittime (in molti casi anche dallo stesso nucleo familiare abusante), favorire l’accesso alle reti territoriali in sicurezza, facilitare percorsi di fuoriuscita dai contesti d’abuso e di violenza e prevenire i casi di re-vittimizzazione.         

https://mohre.it

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