Congelare la fertilità nei bambini: quando serve e cosa succede prima della pubertà
di Marta Salvati
Congelare la fertilità nei bambini: quando serve e cosa succede prima della pubertà
È il 2008 quando, all’Ospedale Universitario di Bruxelles, un bambino di dieci anni sta per sottoporsi a chemioterapia. Ma prima di iniziare le cure per l’anemia falciforme, i medici fanno un tentativo importante per quel piccolo paziente: congelare il suo futuro di padre.
In accordo con i genitori del bambino, sottopongono a crioconservazione il tessuto testicolare, custodendo al suo interno le cellule immature da cui, con la pubertà, sarebbero potuti nascere gli spermatozoi. Sedici anni dopo, quel tessuto viene reimpiantato nel corpo di quello che oggi è diventato un giovane uomo. Ed è in uno di quei frammenti che i ricercatori trovano ciò che, per sedici anni, era rimasto soltanto una possibilità teorica, una scommessa: la produzione di spermatozoi era ripartita. Un risultato straordinario per la preservazione della fertilità, una pratica che può diventare necessaria quando si devono affrontare terapie che potrebbero comprometterla. Come nel caso dei trattamenti necessari per curare la malattia che aveva colpito il piccolo e che oggi, insieme a quella speranza conservata nel tessuto congelato sedici anni fa, potrebbero permettergli di diventare padre biologico.
“È una scoperta enorme. Molte più persone potranno avere la speranza di avere figli biologici”, dice Ellen Goossens, la ricercatrice della Vrije Universiteit Brussel che ha guidato il trial. “Fin dai miei primi passi come ricercatrice, aspettavo il giorno in cui la teoria sarebbe diventata realtà. Abbiamo fatto la storia”. Non resta ora che scoprire il futuro di quegli spermatozoi che, precisa la scienziata “sembrano normali. Dobbiamo ancora capire se saranno in grado di fecondare un ovocita”.
Quando serve congelare il tessuto testicolare o ovarico?
Ma quando è necessario preservare la fertilità di un bambino? Quando una malattia o, più spesso, le cure che servono per affrontarla possono danneggiare le gonadi e compromettere la possibilità di avere figli in futuro. È il caso di alcuni tumori, ma anche di malattie non oncologiche come l’anemia falciforme e la talassemia, quando per curarle è necessario ricorrere a trattamenti molto intensi, ad esempio quelli che precedono un trapianto di cellule staminali.
Il rischio dipende dal tipo di terapia, dalle dosi e dall’età del bambino: per questo le linee guida raccomandano di parlare della possibile perdita della fertilità già prima di cominciare le cure, quando c’è un rischio significativo di danno gonadico.
E per scegliere la strada migliore è l’età a fare tutta la differenza. Se il ragazzo ha già raggiunto la pubertà e quindi produce spermatozoi, è possibile congelare il liquido seminale. Ma se è ancora un bambino, come nel caso di Bruxelles, quegli spermatozoi semplicemente non ci sono. Per questo, prima della pubertà bisogna giocare d’anticipo: si può ricorrere alla crioconservazione di piccoli frammenti di tessuto testicolare, che contengono le cellule germinali immature dalle quali, con la maturazione sessuale, dovrebbe partire la produzione degli spermatozoi. È una possibilità che le raccomandazioni ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) del 2025 prendono in considerazione proprio per i bambini e gli adolescenti che non possono ancora fornire spermatozoi con le tecniche oggi consolidate, ma che devono affrontare trattamenti potenzialmente dannosi per la fertilità. Una possibilità oggi praticata in centri specializzati ma ancora in fase sperimentale. È questa la scommessa che il caso di Bruxelles rende, per la prima volta nell’uomo, un po’ più concreta.
Ma non è l’unico modo che i ricercatori stanno tentando e, a dimostrarlo, è un altro ex bambino, questa volta a Pittsburgh. Nel 2011 Jaiwen Hsu aveva 11 anni quando, prima della chemioterapia per un tumore osseo, venne proposto di conservare il tessuto testicolare. Nel 2023, già uomo, è stato sottoposto nell’ambito del trial dell’University of Pittsburgh al trapianto di cellule staminali spermatogoniali ottenute dal tessuto conservato. Non il tessuto quindi, ma le spermatogonial stem cells in esso contenute, cioè le cellule che possono originare gli spermatozoi, reinserite nel testicolo tramite un’iniezione ecoguidata. Un trial in corso che sarà utile a comprenderne la fattibilità, la sicurezza e la possibilità di ripristinare la fertilità.
Anche per le bambine i percorsi possibili sono diversi. Prima della pubertà non è possibile congelare ovociti maturi come si fa nelle donne adulte e, quando il rischio per la fertilità è elevato, la possibilità è di nuovo la crioconservazione, ma del tessuto ovarico.
Dopo la pubertà, invece, in adolescenti selezionate può essere possibile stimolare le ovaie e congelare gli ovociti. Sono quindi dei cammini diversi, che hanno anche un diverso grado di consolidamento nella pratica clinica.
C’è un caso particolare che riguarda proprio le bambine, e interessa quelle colpite dalla sindrome di Turner, una condizione cromosomica dovuta alla perdita completa o parziale di un cromosoma X. Questa comporta una progressiva perdita delle cellule germinali, che può iniziare già durante la vita fetale e proseguire a passo svelto durante l’infanzia, fino a determinare, nella maggior parte dei casi, un’insufficienza ovarica precoce e infertilità. La ricerca sta cercando una risposta concreta al problema proprio nella crioconservazione del tessuto ovarico.
Non è però una strada ancora consolidata per tutte le bambine con sindrome di Turner. Le linee guida internazionali raccomandano che la crioconservazione del tessuto ovarico venga proposta nel contesto di studi di ricerca approvati o dopo una valutazione etica specifica, per questo la selezione delle pazienti è fondamentale. Nel trial Turner Fertility (Nadesapillai et al., Fertility and Sterility), condotto su 93 ragazze sottoposte a ovariectomia unilaterale per la crioconservazione del tessuto, sono stati trovati follicoli nel tessuto ovarico nel 32% dei casi, soprattutto nelle ragazze con una linea cellulare 46, XX e con segni di funzione ovarica residua.
E se gli spermatozoi potessero essere prodotti dal tessuto testicolare, in laboratorio? È una terza frontiera ma ancora più lontana: provare a ricreare in laboratorio il processo che porta alla formazione degli spermatozoi, a partire dalle cellule germinali o da cellule staminali. Una revisione del 2025 su Fertility & Sterility colloca tra le strategie in sviluppo la cosiddetta spermatogenesi in vitro, ma ancora confinata alla ricerca sperimentale e con importanti ostacoli scientifici, di sicurezza ed etici prima di un eventuale utilizzo nell’uomo.
Oltre 3.000 bambini e una nuova speranza per la fertilità
Un bambino a Bruxelles, uno a Pittsburgh e oltre 3.000 ragazzi in 16 centri tra Europa, Australia e Stati Uniti. È questa la dimensione della questione: migliaia di bambini hanno già tessuto testicolare congelato. Il piccolo al quale nel 2008, in Belgio, è stato prelevato e conservato il tessuto testicolare oggi ha 26 anni.
La medicina gli ha restituito una possibilità che poteva sembrare perduta. Non un figlio, né la certezza di poterlo avere, ma la prova che quel tessuto, prelevato quando aveva soltanto dieci anni, aveva conservato la capacità di produrre spermatozoi.
Non ci resta che attendere, e osservare se quella speranza congelata nel 2008 potrà trasformarsi in un figlio.