Digiunare fa bene alla mente? La risposta è: dipende
Uno psichiatra dell’Università di Palermo spiega perché il digiuno può essere un alleato — o un nemico — della salute mentale
C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di digiuno intermittente sui social, nelle riviste di benessere, nelle conversazioni tra colleghi a pranzo — o meglio, durante chi il pranzo lo salta. Quella parola è “panacea”. Digiuno come cura universale, reset del corpo e della mente, elisir di longevità accessibile a tutti e senza controindicazioni. La realtà, come spesso accade, è molto più sfumata. E a volte, per alcuni, può essere pericolosa.
Una recente review pubblicata sulla rivista scientifica Nutrients ha analizzato le evidenze sugli effetti psicologici e psichiatrici del digiuno prolungato e intermittente — sia nelle pratiche laiche che in quelle religiose come il Ramadan. A coordinarla, Vincenzo Maria Romeo, psichiatra dell’Università degli Studi di Palermo, che ha spiegato cosa succede davvero al nostro cervello quando smettiamo di mangiare.
La prima cosa che Romeo chiarisce è che il digiuno non è né buono né cattivo in assoluto: è bidirezionale. Lo stesso meccanismo metabolico che in alcune persone favorisce adattamento allo stress — la chetosi, la riduzione dei segnali infiammatori, la modulazione di fattori neurotrofici — può destabilizzare soggetti vulnerabili, provocando alterazioni del sonno, iperattivazione dell’asse dello stress, aumento della ruminazione e rigidità cognitivo-affettiva.
In adulti selezionati, con protocolli rispettosi dei ritmi circadiani come il time-restricted eating, sono stati osservati miglioramenti modesti dello stress percepito e dell’umore. Ma nei profili a rischio i segnali di allarme aumentano: ansia, irritabilità, riacutizzazione depressiva o veri e propri sbalzi d’umore, soprattutto quando il digiuno è prolungato, non supervisionato, o — dettaglio che Romeo sottolinea con forza — ideologizzato come “cura”.
Cosa accade nel cervello senza cibo
Dopo circa 24-48 ore di digiuno, l’organismo esaurisce le riserve di glicogeno e avvia la chetogenesi: vengono prodotti corpi chetonici, tra cui il β-idrossibutirrato (BHB), l’acetoacetato e l’acetone. Il BHB attraversa la barriera emato-encefalica e diventa non solo un carburante alternativo per i neuroni, ma anche un vero e proprio segnale biologico: può modulare l’espressione genica, influenzare la plasticità sinaptica e la resistenza allo stress ossidativo, e interagire con la neuroinfiammazione.
Clinicamente, questo è coerente con i benefici su energia mentale e tono dell’umore osservati in alcuni protocolli. Ma l’effetto varia enormemente in base alla qualità del sonno, alla condizione psicopatologica e al contesto in cui il digiuno viene praticato. Non esiste una risposta uguale per tutti.
Depressione: benefici possibili, ma attenzione ai segnali d’allarme
Sul legame tra digiuno e depressione, la letteratura scientifica suggerisce un potenziale beneficio modesto sui sintomi depressivi in alcuni contesti — in particolare con finestre alimentari ristrette e interventi strutturati — spesso accompagnato da miglioramenti soggettivi del benessere. Tuttavia i dati vanno interpretati con prudenza: le evidenze restano eterogenee, i protocolli studiati sono molto diversi tra loro, le misure spesso autovalutative e i follow-up limitati. Non si può parlare di terapia.
I campanelli d’allarme sono insonnia o marcata frammentazione del sonno, irritabilità, peggioramento dell’apatia, aumento della ruminazione su cibo e peso, rapido calo ponderale. Il segnale più preoccupante di tutti: la comparsa di sintomi ipomaniacali, maniacali o psicotici in alcuni soggetti predisposti. In questi casi, il digiuno va sospeso subito.
Ramadan e digiuno ortodosso: quando il contesto cambia tutto
Uno degli aspetti più originali della ricerca riguarda il confronto tra digiuno laico e religioso. Romeo è netto: non sono la stessa cosa. Nel digiuno religioso — che si tratti del Ramadan o delle pratiche ortodosse — il significato spirituale, la ritualità e la dimensione comunitaria possono fungere da vero e proprio contenimento psicologico, modulando l’esperienza emotiva in modo profondo.
Ma il contesto religioso introduce anche variabili biologiche decisive: spostamenti nei ritmi sonno-veglia, modifiche nell’assunzione di caffeina e nicotina, riorganizzazione dei pasti.
Come farlo in sicurezza: i criteri che gli esperti suggeriscono
Per chi volesse avvicinarsi al digiuno con l’obiettivo di migliorare il proprio benessere mentale, meglio un approccio graduale: partire da finestre conservative di 12-14 ore notturne, preferibilmente con un’alimentazione più precoce nella giornata.
Prima di iniziare è indispensabile uno screening per eventuali disturbi del comportamento alimentare, vulnerabilità bipolare o psicotica, ideazione suicidaria e uso di sostanze, oltre a una revisione dei farmaci con il proprio medico. Durante il digiuno, vanno monitorati con regolarità sonno, energia, irritabilità e umore. E vanno stabilite in anticipo le regole di stop: insonnia severa, peggioramento depressivo, ansia intensa, segnali di viraggio maniacale o psicotico, perdita di peso rapida. Evitare ‘come la peste’ il fai-da-te.