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Giornata Mondiale Obesità – “Anatomia” della persona con obesità tra stereotipo e stigma

di Anna Benedetto

Secondo le stime dell’OMS il sovrappeso colpisce il 50% degli adulti e il 30% di bambini e adolescenti del Pianeta. In Italia un terzo degli adulti è in una condizione di sovrappeso e 1 su 10 in una condizione di obesità. La stessa proporzione riguarda i minori, con una prevalenza di bambini in eccesso di peso al Sud. Siamo secondi solo a Cipro e quasi allo stesso livello di Grecia e Spagna.

L’obesità è definita come un “eccessivo accumulo di grasso corporeo in relazione alla massa magra“, in termini sia di quantità assoluta, sia di distribuzione in punti precisi del corpo. Per definire questa proporzione tra massa grassa e magra in un individuo si utilizza l’indice di massa corporea BMI (body mass index) che si calcola secondo la formula: Bmi = peso (in kg)/quadrato dell’altezza (in metri). A seconda di questo valore, si divide la popolazione in: sottopeso, normopeso, sovrappeso e obesità. L’obesità a sua volta ha tre stadi: può essere di prima, seconda o terza classe (eccedenza ponderale grave o patologica).

L’obesità è una malattia, non una scelta:  il mantra “mangia meno, muoviti di più” non sempre funziona

Prima del XX secolo, l’eccesso di peso era una condizione rara. Nel 1997 l’OMS ha riconosciuto ufficialmente l’obesità come un’epidemia globale, mentre solo da 2013 l’Associazione dei Medici Americani (Ama) l’ha annoverata a tutti gli effetti come una malattia.  In Italia il 13 novembre 2019 è stata approvata alla Camera la mozione per riconoscerla come malattia cronica, riconoscendone anche lo status  per il riconoscimento – a certi livelli di gravità – dell’invalidità.

Aspettativa di vita diminuita di almeno 10 anni

L’obesità grave è una malattia multifattoriale, cronica, recidivante dovuta a fattori genetici, comportamentali ed ambientali e rappresenta un importante problema socio-economico nei paesi industrializzati determinando una aspettativa di vita ridotta di circa 10-15 anni.

A sua volta è fattore di rischio per una serie di complicanze e patologie croniche, come le cardiopatie ischemiche, l’ictus, l’ipertensione arteriosa, il diabete tipo 2 (l’obesità ne quintuplica il rischio), le osteoartriti, le malattie respiratorie ed alcuni tipi di cancro (corpo dell’utero, colon e mammella). Sovrappeso e obesità favoriscono, inoltre, l’insorgenza di malattie neurodegenerative, quali l’Alzheimer. Una analisi pubblicata su Jama[1] ha confermato inoltre che le persone obese hanno un rischio più che doppio di ospedalizzazione per Covid-19 e un 50% di probabilità in più di morire.

Il management sanitario multidimensionale del paziente con obesità richiede una presa in carico nel lungo termine: nonostante le dimensioni di questa epidemia, negli ospedali sono pochi i posti letto riservati alle obesità cliniche, anche perché l’obesità è una condizione cronica e spesso non basta un solo ricovero. L’obesità inoltre molto spesso è correlata a varie tipologie di disturbi della condotta alimentare e si riflette negativamente sulla psiche dei pazienti con gravi ripercussioni sulla qualità di vita.

Il pregiudizio basato sul peso corporeo colpisce fin dai banchi di scuola, dove i ragazzini e gli adolescenti con sovrappeso o obesità sono spesso le vittime designate di atti di bullismo (sia direttamente, che sui social), condannati all’isolamento sociale, sviluppano scarsa autostima e una falsa percezione della malattia come colpa personale e vergogna (fat shaming).

In generale, le persone in sovrappeso – oltre ad essere più a rischio della catena di patologie correlate – vanno più facilmente incontro a disturbi mentali, quali stati ansiosi e depressione. E questo, più per lo stigma sociale che per l’obesità di per sé.

Per combattere lo stigma occorre cambiare la “narrativa”

Se già a livello sanitario e normativo il riconoscimento dell’obesità allo status di malattia è arrivato in ritardo, il pregiudizio verso questa condizione è atavico e generalizzato.

Lo spiega bene lo psicoterapeuta Daniele Di Pauli, autore del libro Obesità e stigma, che sottolinea: “Spesso l’obesità viene detronizzata da malattia a colpa, considerandola una scelta della persona, una colpa ed il risultato di una mancanza di forza di volontà. Invece l’obesità è una malattia complessa, cronica, multifattoriale e recidivante. Come in tutte le condizioni croniche è possibile migliorare la condizione ed avere una buona qualità di vita, non risolverla e guarirla una volta per tutte. Il diabete ad esempio lo controlli, impari a gestirlo, ma non lo guarisci: esattamente come l’obesità, richiede un trattamento che dura tutta la vita”.

Nella foto il Dr. Daniele Di Pauli

Ciononostante fare umorismo sul peso di una persona è socialmente accettato e diffuso (a volte anche dalle stesse persone con obesità per ridurre lo stress in situazioni in cui sono bersaglio di stigma), tanto che atteggiamenti negativi verso sovrappeso e obesità sono stati riscontrati sia negli adulti che nei bambini (già a partire dai tre anni di età).

L’obesità è un fattore discriminante anche sul lavoro: a parità di competenze rispetto a una normopeso, le persone sovrappeso, specialmente le donne, hanno meno probabilità di essere assunte.

L’ambiente sanitario non è immune da questi atteggiamenti tanto che i professionisti della salute (anche tra coloro che lavorano nel campo dell’obesità)[2], dopo i familiari, sono indicati come la principale fonte di stigma.

La consapevolezza di questo gap ha portato un panel di esperti internazionali, tra i quali la professoressa Geltrude Mingrone, associato di Medicina Interna all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOC di Patologia dell’Obesità della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, a redarre una “dichiarazione di consenso” per mettere fine allo stigma dell’obesità anche in ambito medico.

“Cominciamo con l’utilizzare i termini giusti – esorta la professoressa Mingrone – e a non identificare queste persone con il loro problema, che è una vera e propria malattia, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non chiamiamoli ‘obesi’, dunque, ma ‘persone con obesità’, esattamente come facciamo con le persone con diabete.

Secondo Di Pauli inoltre è fondamentale iniziare a modificare “la narrazione dell’obesità” – soprattutto da parte dei media – in una direzione più realistica, meno stigmatizzante o sensazionalistica e più scientifica, “rappresentando la complessità ed anche la sofferenza di chi vive quotidianamente questa malattia”.

Dal punto di vista educativo e formativo – mette in guardia lo psicoterapeuta – non si deve cadere nella trappola di circoscrivere il messaggio ad una categoria di persone: “un stile di vita sano vale per tutti indipendentemente dal peso corporeo, così come l’educazione al rispetto, all’empatia ed all’accettazione di se stessi e degli altri”.

La prevenzione, da questo punto di vista, dovrebbe passare anche per scelte politiche, ambientali e legislative atte a modificare il cosiddetto “toxic environment” ovvero la facile reperibilità ed il minor costo di certi cibi a discapito di una piramide alimentare consigliata solo sulla carta (frutta, verdura, pesce). “Essere messi nelle condizioni di mangiare più sano significa una accessibilità che sia possibile nei diversi ambienti e a tutte e tasche. Senza demonizzare il fast o il junk food, spesso il cibo a cui può accedere chi ha un reddito più basso è cibo di minore qualità”.

Parimenti a livello pubblicitario, se fino ai due anni c’è la massima attenzione a trainare l’attenzione del consumatore all’”alimentazione sana” del bambino, non è così nella stragrande maggioranza dei casi, in cui viene esaltata la palatabilità di certi cibi a discapito della loro sanità. Anche in questi casi, la grande industria alimentare si difende – esattamente come quella del tabacco – riportando tutto alla sfera della responsabilità della persona, alla “libera scelta” del singolo. E l’obesità non è una scelta.

[1] LINK: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2772071?guestAccessKey=d7daaba9-2837-4a71-a7bb-5908969d8d5f&utm_source=silverchair&utm_medium=email&utm_campaign=article_alert-jama&utm_content=olf&utm_term=101520

[2] Rebecca Puhl – Chelsea Heuer, The Stigma of Obesity: A Review and Update: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1038/oby.2008.636

 

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