I figli del lockdown: come stanno i bambini nati durante il Covid?

Di Grace Nicole Bressa

Immaginate una generazione di bambini che ha mosso i primi passi tra videochiamate, mascherine e case improvvisamente trasformate in interi mondi. Sono i “figli del lockdown“, nati tra marzo e giugno 2020, proprio nel cuore della prima ondata pandemica. A distanza di quattro anni, la scienza inizia a restituirci un quadro più chiaro di come quei mesi abbiano influenzato il loro sviluppo. E i risultati, pubblicati sulla rivista Archives of Disease in Childhood, meritano attenzione da parte di genitori, educatori e pediatri.

Un gruppo di ricercatori guidato da Nicola Botting della City St. George’s University di Londra ha analizzato più di 200 bambini di quattro anni nati in Inghilterra durante il primo lockdown, tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. Lo studio fa parte di un progetto più ampio chiamato BICYCLE (Born in COVID Year – Core Lockdown Effects) e rappresenta un’analisi che continuerà nei prossimi anni.

Il campione presenta alcune caratteristiche specifiche: il 58,5% dei partecipanti era maschio, l’81% di etnia bianca, e le famiglie coinvolte avevano un livello di istruzione superiore alla media della popolazione inglese, con il 78,5% delle madri in possesso di una laurea triennale o magistrale. Circa due terzi dei bambini avevano contratto o si sospettava avessero contratto il Covid, riprendendosi senza conseguenze evidenti.

Il risultato più significativo riguarda le cosiddette funzioni esecutive, quell’insieme di capacità mentali che permettono di pianificare, mantenere l’attenzione, seguire le istruzioni e autoregolare il proprio comportamento. Ebbene, i bambini nati durante il lockdown hanno mostrato punteggi più bassi rispetto alle norme pre-pandemiche su due scale valutate dai genitori: il Global Executive Composite e l’Emergent Metacognition Index.

Non solo: quando i ricercatori hanno confrontato questi punteggi con le capacità di ragionamento non verbale dei bambini, hanno scoperto che i risultati sulle funzioni esecutive erano inferiori a quello che ci si sarebbe aspettato dal loro potenziale cognitivo. “Le funzioni esecutive hanno rilevanza educativa, perché i bambini devono riuscire a stare fermi, a portare a termine i compiti che gli vengono assegnati a scuola,” ha spiegato a MedPage Today Lucy A. Henry, co-autrice dello studio, anch’essa della City St. George’s University di Londra. La situazione straordinaria a cui sono stati esposti ha quindi modellato diversamente il loro comportamento.

Ma a fronte di questo svantaggio, sul linguaggio la situazione è diversa: il linguaggio ricettivo, cioè la capacità di collegare una parola sentita all’immagine corrispondente, è risultato superiore alle aspettative. Il linguaggio espressivo, ovvero la capacità di nominare oggetti e azioni, è invece rimasto sostanzialmente in linea con le norme attese, senza mostrare lo stesso vantaggio.

Questa differenza potrebbe essere legata al fatto che l’espressione linguistica è “più vulnerabile” agli effetti della pandemia, forse a causa della perdita di interazioni ricche e variegate con persone meno familiari, un aspetto che potrebbe aver influito sullo sviluppo semantico e sintattico. Al contrario, il linguaggio ricettivo potrebbe essere stato in qualche modo protetto da una maggiore attenzione, presenza e comunicazione all’interno del nucleo familiare.

Niente panico!

Non bisogna preoccuparsi: altre caratteristiche dello sviluppo sono risultate addirittura migliori rispetto alle norme pre-pandemiche: il ragionamento non verbale, il vocabolario espressivo e quello ricettivo hanno tutti mostrato punteggi superiori alle attese.

Tuttavia, per un gruppo di questi bambini emergono difficoltà sottili nel linguaggio, nel parlare. E per un gruppo più ampio si riscontrano difficoltà a restare concentrati su un compito, a seguire le istruzioni, ad autoregolarsi in classe. I ricercatori sono cauti nell’interpretare questi risultati, riconoscendo alcuni limiti dello studio: il campione ha un livello di istruzione familiare superiore alla media, e parte delle valutazioni è stata condotta a distanza. Inoltre, le funzioni esecutive sono state misurate attraverso i resoconti dei genitori e non con test diretti sui bambini, un aspetto che verrà approfondito nelle fasi successive della ricerca.

Servirà quindi un bisogno di supporto alle funzioni esecutive nei bambini nati prima o durante la pandemia. La proposta pratica che ne deriva non è quella di sottoporre questi bambini a screening individuali o supporto specialistico mirato, ma piuttosto di potenziare in modo diffuso le strategie didattiche in classe: più supporto strutturato per la regolazione comportamentale, approcci mirati alle funzioni esecutive e strategie più esplicite per stimolare il linguaggio espressivo.

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