Il peso che si ferma non è una sconfitta
Hai cambiato abitudini, stai seguendo una terapia, la bilancia scendeva — e poi, un giorno, si è bloccata. Nessun cambiamento, nessun progresso apparente. La tentazione di mollare tutto è fortissima. Ma quello che senti come un fallimento potrebbe essere, in realtà, una fase normale e persino necessaria del percorso. Gli esperti lo chiamano ‘plateau‘, e capire cosa significa davvero può cambiare completamente il modo in cui vivi la perdita di peso.
Dimagrire non è mai una linea retta. È un percorso fatto di accelerazioni, rallentamenti e pause — e queste pause, scientificamente, non significano che la terapia abbia smesso di funzionare. Eppure sono uno dei momenti più critici nella gestione dell’obesità, perché è proprio allora che molti pazienti abbandonano il trattamento, vanificando mesi di lavoro e mettendo a rischio la propria salute.
A fare il punto sulla questione è stato Jaime Almandoz, professore di medicina all’Università del Texas Southwestern Medical Center e specialista in medicina dell’obesità, intervenuto all’annuale congresso della Obesity Medicine Association a San Diego.
Il plateau non è uguale per tutti
Il primo errore da evitare, secondo Almandoz, è trattare il plateau come un’esperienza uniforme. Chi si blocca dopo aver perso il 2% del peso corporeo si trova in una situazione completamente diversa da chi si stabilizza dopo aver perso il 40%. Eppure entrambi rischiano di vivere quel momento come una sconfitta, abbandonando la terapia e innescando la temuta ripresa del peso.
Il problema, spiega il medico, è che spesso questi momenti di stallo non vengono identificati tempestivamente né affrontati con strategie adeguate. Si crea un’inerzia — clinica e psicologica — nell’attesa che la bilancia riprenda da sola a scendere. Ma questo raramente accade, e nel frattempo si perde tempo prezioso che potrebbe essere usato per aggiustare la rotta.
Le aspettative contano, e spesso sono disallineate
Per capire perché il plateau sia così disorientante, bisogna partire dalle aspettative. Le terapie tradizionali basate su dieta e stile di vita portano in media a una perdita di circa il 5% del peso corporeo — una percentuale che, per la maggior parte delle persone con obesità, rappresenta già un risultato deludente rispetto agli obiettivi realistici, che si attestano tra il 15% e il 25%.
Solo negli ultimi anni sono arrivati farmaci in grado di avvicinarsi a quei numeri: la semaglutide porta in media a una perdita del 15% del peso, mentre la tirzepatide tende a risultati ancora più significativi, con percentuali di pazienti che raggiungono il 20-25% di riduzione del peso corporeo superiori rispetto alla semaglutide. Ma — e questo è il punto cruciale — la risposta non è la stessa per tutti. La distribuzione dei risultati segue una curva quasi normale: c’è chi perde più del 50% del peso corporeo e chi, al contrario, non risponde o addirittura aumenta di peso.
Questo significa che il “plateau medio” non esiste davvero: esiste il plateau di quella persona specifica, con quella storia clinica, quella biologia e quelle circostanze di vita.
Fermarsi non significa smettere di guarire
Uno degli aspetti più sottovalutati del plateau è che il peso sulla bilancia racconta solo una parte della storia. I farmaci della classe dei GLP-1 — originariamente sviluppati come terapia per il diabete di tipo 2 — agiscono su molti fronti contemporaneamente. Anche in assenza di un’ulteriore riduzione del peso, possono continuare a migliorare il controllo glicemico, i marcatori epatici, l’apnea notturna e altri indicatori di salute metabolica.
E‘ importante allora valutare il successo terapeutico attraverso lenti più ampie: i livelli di emoglobina glicata (HbA1c), i parametri di funzionalità epatica, la qualità del sonno e — aspetto spesso trascurato nella pratica clinica — la qualità della vita. Esistono strumenti validati per misurarla, come il questionario SF-36 e l’IWQOL-Lite, specificamente progettato per persone in trattamento per l’obesità. Eppure molte strutture sanitarie non li utilizzano sistematicamente, perché considerati troppo complessi da integrare nella routine ambulatoriale.
Il rischio è quello di smettere una terapia che sta ancora lavorando in silenzio, rinunciando a benefici reali perché non visibili sulla bilancia.
Quando il plateau è in realtà un problema di dosaggio
Non tutti i plateau sono uguali anche da un punto di vista farmacologico. Almandoz invita i medici a chiedersi, prima di trarre conclusioni, se il paziente stia davvero assumendo il farmaco alla dose corretta e con la frequenza prescritta. Molte di queste terapie sono progettate per essere somministrate settimanalmente, ma i costi elevati spingono alcuni pazienti a dilazionare le iniezioni ogni due settimane o anche oltre — compromettendo l’efficacia e creando una falsa impressione di resistenza al trattamento.
Il rischio più grande: la colpa del paziente
C’è infine una questione culturale e relazionale che Almandoz affronta con forza: il rischio che il plateau venga comunicato al paziente come una sua responsabilità, come se non si stesse “impegnando abbastanza”. Questo tipo di framing, oltre a essere scientificamente scorretto, è stigmatizzante e controproducente. La risposta alle terapie per l’obesità è variabile per ragioni biologiche, non morali.