L’ amico digitale: sempre più adolescenti si confidano con l’intelligenza artificiale

Di Grace Nicole Bressa

Niente sala d’attesa, niente giudizio, nessuna lista d’attesa: basta uno schermo acceso nel cuore della notte. È così che un numero crescente di ragazzi tra i 12 e i 21 anni sta imparando a gestire ansia, tristezza e crisi emotive, affidandosi non a uno psicologo ma a un chatbot. Il fenomeno, che solo due anni fa riguardava una minoranza, oggi coinvolge un giovane su cinque negli Stati Uniti — e nella maggior parte dei casi accade in totale segretezza, all’insaputa di genitori, insegnanti e medici.
Ne abbiamo parlato ampiamente nel dossier che puoi scaricare gratuitamente QUI.

Il boom in due anni

A fotografare la tendenza è un nuovo studio pubblicato su JAMA Pediatrics e condotto da Ryan K. McBain, ricercatore della RAND Corporation, insieme ai suoi colleghi. Il team ha intervistato 1.009 giovani statunitensi tra i 12 e i 21 anni, un campione rappresentativo tratto dall’American Life Panel della RAND, applicando pesi statistici per riflettere la composizione demografica del Paese.

Il confronto con una rilevazione precedente, condotta dagli stessi autori nel 2024, è impressionante: allora era 1 adolescente su 8 a rivolgersi a un’intelligenza artificiale per consigli sulla salute mentale. Nella nuova indagine, riferita al 2025, la quota è salita al 19,2% del campione.
L’Italia non fa eccezione così come sottolineato al convegno organizzato dal Consigliere Alessandro Alongi ‘Giovani fragili, città responsabili’.

Tra chi ha dichiarato di aver usato un chatbot per la propria salute mentale, quasi la metà (42,8%) lo fa almeno una volta al mese, il 10,8% ogni settimana e il 5,8% quasi ogni giorno. Il giudizio sull’esperienza è nettamente positivo: il 91,7% dei ragazzi ha definito i consigli ricevuti utili, in gran parte “abbastanza utili” (66,7%) e in un caso su quattro “molto utili” (25%).
Non tutti i giovani ricorrono a questi strumenti allo stesso modo. Le ragazze hanno una probabilità doppia rispetto ai coetanei maschi di usare un chatbot per motivi psicologici. L’utilizzo cresce inoltre con l’età: chi ha tra 15 e 17 anni ha una probabilità quasi tre volte maggiore rispetto ai 12-14enni, mentre tra i 18 e i 21 anni il rischio relativo sale a più di tre volte e mezzo. Anche l’origine etnica pesa: i ragazzi afroamericani hanno una probabilità oltre cinque volte superiore, rispetto ai coetanei bianchi, di usare l’AI per la salute mentale almeno una volta al mese.

Il dato più inquietante

Il dato più inquietante riguarda la riservatezza con cui questi contatti avvengono. Quasi due terzi dei giovani (63,3%) non hanno mai raccontato a nessuno di aver parlato con un’intelligenza artificiale dei propri stati d’animo. Chi invece ne ha parlato, lo ha fatto soprattutto con un amico (28%) o con un adulto di fiducia, come un genitore, un insegnante o un medico (16,4%).

“Questi strumenti possono risultare attraenti perché sono disponibili a qualsiasi ora, sembrano privati e offrono risposte immediate in un momento in cui molti giovani incontrano ostacoli nell’accesso alle cure”, ha spiegato McBain. Ma, avverte il ricercatore, le stesse caratteristiche che rendono i chatbot comodi comportano anche dei rischi, soprattutto se gli adolescenti finiscono per affidarsi ai loro consigli invece di rivolgersi a genitori, medici o altre figure di fiducia quando si trovano in difficoltà. I modelli linguistici analizzati, ad esempio, mostrano risposte stereotipate, consolatorie che danno conforto ma non prevedono una elaborazione o una crescita.

Interessante anche il legame con le cure tradizionali: chi ha parlato con il proprio medico di questioni legate alla salute mentale negli ultimi sei mesi (il 21,1% del campione) ha in realtà una probabilità quasi doppia di usare anche un chatbot, segno che l’intelligenza artificiale non sostituisce il percorso clinico ma spesso lo affianca. Per McBain, il consiglio ai sanitari è di affrontare l’argomento con naturalezza durante le visite, chiedendo dell’uso dei chatbot con lo stesso approccio aperto e non giudicante riservato a domande su social media o ricerche online sulla salute.
I prossimi passi della ricerca punteranno a capire se l’uso di questi strumenti migliori o peggiori il benessere psicologico dei giovani. Come sottolinea lo stesso McBain, non basta più sapere quanti ragazzi usano i chatbot: bisogna capire quali consigli ricevono, quanto questi siano in linea con le buone pratiche cliniche, come i sistemi reagiscano davanti a una vera crisi e se, alla fine, tutto questo avvicini o allontani i giovani dalla fiducia nei confronti dei professionisti della salute mentale.

*Fonte: McBain RK, et al. JAMA Pediatrics. 2026; doi:10.1001/jamapediatrics.2026.2015 — Healio, 13 luglio 2026.*

**Nota: se tu o un giovane che conosci state attraversando un momento di difficoltà psicologica, è importante parlarne con un adulto di fiducia o un professionista della salute mentale, oltre a poter fare eventualmente ricorso a strumenti digitali.*

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