La lotteria del cancro ovarico

Di Ida Macchi

Un recente studio del National Health Service britannico ha denunciato una sorta di “lotteria del codice postale del cancro ovarico” che penalizza le donne che vivono nelle zone più povere d’Inghilterra: hanno il 50% di probabilità in più di morire a due mesi dalla prognosi, rispetto a quelle che vivono in aree ricche. La differenza, aggiungono gli esperti, sarebbe legata a un diverso accesso ai medici di famiglia e suggeriscono di rinforzare il sistema sanitario nazionale per accelerare la diagnosi e dare accesso a tutte le pazienti a cure personalizzate. Insomma, la diagnosi precoce di questo tumore femminile, che solo in Italia colpisce ogni anno 5200 donne, fa la differenza ?

Diagnosi precoce: un mito da sfatare  

“La farebbe, ma purtroppo il cancro ovarico sfugge alla diagnosi precoce perché, ad oggi, non ci sono strumenti di screening su larga scala validi e affidabili per identificarlo sul nascere, come succede per esempio per quello del collo dell’utero, grazie al pap test ed al HPV test”, spiega la professoressa Nicoletta Colombo, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia e professore associato di ginecologia all’Università Milano Bicocca. “Il dosaggio del Ca 125, un marcatore tumorale presente nel sangue, non è abbastanza sensibile quando il tumore ovarico è allo stadio iniziale ( si alza solo nel 50% dei casi, segnalando così la neoplasia), ma non è ugualmente un esame del tutto affidabile anche perché soggetto a falsi positivi, soprattutto nelle donne più giovani”. Anche l’ecografia transvaginale non si è dimostrata uno strumento di screening efficace, in quanto il carcinoma ovarico sieroso di alto grado, il più diffuso ma anche il più ”cattivo”,  nasce spesso a livello della fimbria ovarica, ovvero nell’ultima parte delle tube, e non è visibile all’ecografia nelle sue fasi iniziali . Vaghi e comuni ad altre patologie anche i sintomi che si associano al tumore ovarico (disturbi gastrointestinali, gonfiore addominale, disturbi urinari)  che  proprio per questo non funzionano da campanelli d’allarme e ritardano la diagnosi. “Identificare questo tumore sul nascere, per altro, è difficile anche perché origina dalla fibra tubarica che comincia ad esfoliare cellule “impazzite” sull’ovaio, ma nello stesso tempo anche sul peritoneo”, spiega la specialista. “Risultato: quando viene identificato, nel 70% dei casi si è già disseminato anche nella cavità addominale, diventando metastatico. Questo non vuol dire però che la donna debba disertare la normale visita (eventualmente associata ad un ecografia transvaginale) annuale di controllo con il suo ginecologo, o che non debba parlare con il proprio medico se ha sintomi sospetti. Anche se la diagnosi precoce non è possibile, lo è per lo meno quella il più tempestiva possibile”.       

Prevenzione 

Oggi è invece possibile far prevenzione, grazie a due alleati: “il primo è la pillola contraccettiva che riduce sino al 50% il rischio di ammalarsi (soprattutto se assunta per almeno una decina d’anni) e che mantiene la sua protezione anche dopo averla sospesa”, sottolinea la professoressa Colombo. Un recente studio pubblicato su Annals of Oncology dimostra infatti che c’è una riduzione della mortalità per cancro ovarico in tutti i paesi europei , ma che l’Inghilterra conduce questo trend positivo proprio perché è stato uno dei paesi in cui la contraccezione orale è stata introdotta prima. “Il secondo fattore protettivo è la maggior attenzione per le sindromi famigliari” , aggiunge l’oncologa. ”Circa il 15-20% dei tumori sierosi di alto grado sono associate ad un’alterazione genetica (del  gene BRCA 1 e 2, gli stessi di Angelina Jolie) e, proprio per questo, quando una donna ha una diagnosi di carcinoma ovarico viene sottoposta a test genetici in grado di identificare se ci sono queste mutazioni. Se è così, oltre a poter utilizzare farmaci mirati ed effettuare un trattamento personalizzato, si può offrire una prevenzione mirata anche ad ogni donna della sua famiglia basato su un counseling e test genetici. Poi, se qualcuna è portatrice delle stesse mutazioni, la prevenzione può avvalersi della chirurgia profilattica, ovvero dell’asportazione dell’ovaie e delle tube, da effettuare ovviamente quando la donna ha completato il suo desiderio riproduttivo”. Rimangono valide, anche se non sono specifiche  per quello ovarico, anche le normali regole di prevenzione di tutti i tumori: no al fumo, dieta sana, soprattutto povera di grassi di origine animale e di zuccheri semplici, lotta ai chili di troppo e regolare attività fisica.    

Cure mirate  

Notevoli i progressi anche sul fronte delle cure per il tumore ovarico, grazie ai quali , a 5 anni, oggi sopravvive il 40% delle donne, rispetto a meno del 20%  che si registrava in passato. “Oltre alla chirurgia, che rimane un golden standard, ci sono farmaci avanzati tra i quali i più promettenti sono i PARP inibitori: sono particolarmente attivi contro i tumori causati da mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, ma agiscono anche nei confronti di forme non genetiche”, spiega la professoressa Colombo. “Vengono usati come terapia di mantenimento, dopo la chemioterapia, e consentono di prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia. Sino ad ora l’immunoterapia non ha invece mostrato una chiara efficacia nel carcinoma ovarico, ma numerosi sono gli studi ancora in corso  e dovremo attendere questi risultati per dare una risposta definitiva. La ricerca comunque  non si ferma: numerosi studi sperimentali stanno valutando strategie di combinazione con altri farmaci che modulano la risposta al danno del DNA per superare il fenomeno della resistenza ai PARP-inibitori. Inoltre sta emergendo una interessante classe di farmaci chiamati anticorpi- farmaco coniugati: si tratta di anticorpi diretti contro bersagli specifici sulla cellula tumorale coniugati con farmaci antitumorali. In tal modo, analogamente al cavallo di Troia, il farmaco viene veicolato direttamente all’interno della cellula tumorale”.

 

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