La necessità dell’invecchiamento in salute per la tenuta del SSN

“L’Italia è il Paese dell’Unione Europea con l’età mediana più alta pari a 48.4 anni. Siamo un Paese in cui si vive più a lungo di altri. Ma si vive anche meglio? No, perché la speranza di vita in buona salute è molto più bassa della speranza di vita (82,6 anni Vs. 60,1 anni) – interviene Marinella D’Innocenzo, co-autrice del libro bianco 2024-2027. Il triennio che può cambiare la sanità. Auspici per la XIX Legislatura scaricabile gratuitamente al sito https://faresanita.it/ – ecco perché è necessario realizzare politiche che favoriscano l’invecchiamento in salute e garantiscono misura adeguate di prevenzione e gestione della fragilità e cronicità”.

L’evento è stato appunto organizzato da Fare Sanità – la rete che unisce gli attori e le attrici della filiera sanitaria per condividere le competenze di decisori pubblici, medici, manager e industrie medicali, oltre che rappresentanti delle professioni e del terzo settore al fine di seminare i nuovi processi che guideranno il cambiamento e l’innovazione in sanità.

“Nei prossimi decenni, in Italia il numero di anziani disabili e, quindi, non autosufficienti è destinato ad aumentare in misura significativa con importanti ripercussioni sulla richiesta di servizi di cura e sui costi sociali ed economici connessi alla necessità di fornire cure di lungo termine – ha detto il Professore Dario Leosco Università di Napoli Federico II e presidente eletto della SIGG Società Italiana di Gerontologia e Geriatria -. Ci stiamo adoperando in collaborazione ai principali stakeholder per sviluppare un modello di interventi o “buone pratiche” per la promozione dell’invecchiamento in salute. Tra le principali iniziative spicca la spinta culturale, educazionale e divulgativa rivolta alla prevenzione, buoni stili di vita e rispetto del Piano Nazionale Vaccini”.

“È fondamentale poi costruire comunità “age-friendly” che pongano attenzione all’ambiente fisico e sociale e a quei fattori che possono facilitare o ostacolare la possibilità per gli anziani di partecipare alla vita sociale – conferma la dottoressa Maria Teresa Menzano dalMinistero della Salute -. Per favorire un invecchiamento sano e attivo è necessario il coinvolgimento di tanti ambiti diversi: dall’urbanistica (con la progettazione di aree verdi pubbliche o la rimozione delle barriere architettoniche) al mondo del volontariato e dell’educazione; dal ruolo della comunicazione (con l’uso dei mass media, ma anche di social network e campagne di marketing), alle azioni di sensibilizzazione. Altrettanto importante è saper guidare un cambiamento di prospettiva: la prevenzione deve durare tutta la vita ed iniziare già a partire dai primi 1000 giorni, cioè nel periodo che intercorre tra il concepimento e i primi due anni di vita del bambino, un arco temporale decisivo per gettare le basi della salute degli individui, i cui effetti dureranno tutta la vita e si rifletteranno anche sulle generazioni successive e sulla comunità intera”.

“L’invecchiamento non deve più essere visto come un momento di declino e isolamento – ha sottolineato l’onorevole Paolo Ciani, Segretario Commissione XII Affari Sociali alla Camera dei Deputati – ma come una fase della vita in cui è possibile mantenere un ruolo attivo nella società prevenendo situazioni di isolamento e marginalizzazione. In questa prospettiva gli aspetti sanitari e assistenziali vanno considerati come una parte delle politiche verso la terza età, evitando di essere l’unica dimensione in cui l’anziano viene considerato. Questo, insieme ad un sistema sociosanitario di prossimità alla persona, crea un sistema virtuoso di cui beneficia la collettività ed il funzionamento stesso del SSN, perché una società a misura di fragili è una società migliore per tutti”.

“Siamo dunque convinti che i continui cambiamenti epidemiologici, demografici, devono costringere le organizzazioni sanitarie verso l’adozione concreta di un modello di salute di iniziativa, proattivo e di prossimità, tale da garantire alla persona soprattutto se anziano e anche fragile, interventi adeguati e differenziati in rapporto al livello di rischio – ha concluso infine Marinella D’Innocenzo –  È necessaria una concreta rivisitazione della risposta sociosanitaria che dev’essere differenziata in base alla tipologia di bisogno. Un modello di vita e di abitare, come approdo naturale della senescenza, basato sulla dimora naturale che faciliti il percorso di vita alla persona che invecchia garantendo nell’integrazione con i servizi sociosanitari un continuum della vita indipendente verso la vita assistita, in un modello di welfare diffuso ispirato all’intensità di cura applicata alla domiciliarità.

 

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