La solitudine fa male al cervello degli anziani

di Johann Rossi Mason – Direttore Editoriale di MOHRE

Piangi non lo sai quanto altro male ti farà la solitudine’ e anche se Laura Pausini si riferiva ad un coetaneo adolescente, la solitudine fa male a tutte le età, tanto da aumentare il rischio di demenza negli anziani di ben tre volte.

La perdita delle facoltà cognitive negli anziani soli incide anche in quelli che avrebbero un basso rischio per età o profilo genetico.

La buona notizia è che esiste un gene che protegge dal declino, il suo nome é APOE4, ma quando i contatti sociali sono scarsi e sporadici questo vantaggio competitivo viene vanificato.

I solitari hanno un rischio più alto di sviluppare demenza e un decadimento delle funzioni esecutive, a cui si aggiungono un minore volume cerebrale e maggiori danni a carico della materia bianca del cervello, rispetto a coloro che hanno una intensa e vivace vita sociale.

I risultati vengono da una ricerca condotta dalla NYU Grossman School of Medicine e pubblicata su Neurology.

Di certo il gene giusto fa la differenza: quelli che possono vantare l’APOE4 hanno un rischio di solo una volta e mezza in più, mentre per quelli che non godono di protezione, il rischio raddoppia a 3 volte.

Ma cosa significa ‘solitudine’?

I ricercatori guardano al ‘sentirsi soli’ più che ad una ‘solitudine oggettiva’.

In una ricerca basata sui dati dello studio Framingham, i ricercatori hanno selezionato un campione di 2308 partecipanti di 73 anni in media, senza demenza all’avvio dello studio. L’80% di essi non aveva il gene APOE4 protettivo.

Il 6% del campione aveva (144) dichiarato di ‘sentirsi solo’ per almeno 3 giorni nella settimana precedente e dieci anni dopo il 22% aveva sviluppato qualche forma di demenza rispetto al 14% di tutti gli altri 2150.

Infiammazione della materia cerebrale

Ovviamente saranno necessari ulteriori studi per individuare i pathways biologici, sembra però che l’organismo reagisca alla solitudine attivando il sistema immunitario e innescando uno stato infiammatorio che interessa anche il cervello. Ma il meccanismo potrebbe avere anche un percorso inverso, con sintomi di decadimento, perdita dell’udito e calo della vista che portano ad uscire meno e isolarsi dai contatti sociali percepiti come impegnativi.

Una recente stima di ricercatori statunitensi suggerisce che un terzo della popolazione nei paesi industrializzati sperimenta la solitudine e una persona su 12 sperimenta la solitudine a un livello che può portare a seri problemi di salute e mortalità precoce.

Per gli adolescenti, la prevalenza complessiva della solitudine variava dal 9,2% nel sud-est asiatico al 14,4% nella regione del Mediterraneo orientale.

Per gli adulti, la meta-analisi è stata condotta solo per la regione europea ed è stato trovato un modello geografico coerente per tutte le fasce di età.

Ad esempio, la prevalenza più bassa della solitudine è stata costantemente osservata nei paesi dell’Europa settentrionale (2,9% per i giovani adulti; 2,7% per gli adulti di mezza età; e 5,2% per gli anziani) e la più alta nei paesi dell’Europa orientale (7,5% per i giovani adulti; 9,6% per gli adulti di mezza età e 21,3% per gli anziani).

Queste evidenze, correlate alla progressiva longevità della popolazione, devono essere oggetto non solo di una riflessione medica ma su una politica. Per non rischiare che la solitudine sia un problema individuale da cui difficilmente è possibile difendersi da soli.

Creare connessioni sociali è una priorità pubblica

Anche la politica deve prendersi carico di creare connessioni sociali in cui combattere la solitudine specialmente delle fasce sociali più vulnerabili come età avanzata, povertà economica, scarsa salute fisica o mentale. Una recente revisione sistematica sulla solitudine in 113 paesi (Surkalim, DOI: 10.1136) ha notato un gap nella raccolta di informazione nei paesi a medio e basso reddito, non solo per un calcolo meramente statistico di prevalenza ma stratificare l’esperienza in termini qualitativi (solitudine emotiva, sociale, esistenziale) e quantitativi (occasionale, transitoria, cronica ecc).

I fattori di rischio che facilitano l’isolamento

A dissipare il mito che la solitudine sia appannaggio della popolazione anziana ha contribuito la pandemia che ne ha evidenziato gli effetti sulla salute mentale. Ma quando tutto sarà tornato alla normalità bisognerà tenere conto degli altri fattori di rischio come l’istruzione, la povertà, la disponibilità di trasporti, la lontananza dalla famiglia di origine e per gli anziani, la minore capacità di utilizzare gli strumenti tecnologici. Perché la solitudine ha un costo personale, individuale ma anche uno sociale ed economico ancora sottovalutato.

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