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Maggiore mortalità se manca la D

di Valentina Di Paola

La vitamina D è un nutriente essenziale per l’organismo e può contribuire a ridurre il rischio di malattie croniche, come tumori, neoplasie o disturbi cardiovascolari. Lo sottolinea uno studio, pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinology, condotto dagli scienziati dall’Università di Cambridge, che hanno valutato gli effetti della carenza di questa sostanza in un’ampia coorte di individui. Sebbene non sia ancora chiaro come la vitamina D influenzi diverse condizioni di salute, sono state proposte varie ipotesi a riguardo. Alcuni hanno suggerito che potrebbe regolare la cadarina, una molecola proteica coinvolta nell’adesione tra cellule, collegata al mantenimento della struttura dei tessuti e alla differenziazione cellulare. Diversi studi randomizzati hanno tuttavia indicato che l’integrazione di vitamina D non sembra provocare alcun beneficio nei pazienti oncologici. 

La genetica influenza gli effetti della vitamina D 

I ricercatori si sono chiesti se i livelli di vitamina D giocassero davvero un ruolo nella riduzione del rischio o se le persone sane avessero semplicemente valori più elevati per altri motivi. Il team, guidato dallo scienziato Stephen Burgess, ha esaminato le varianti genetiche ereditarie che potrebbero predisporre gli individui a livelli più alti di vitamina D. “La nostra indagine – afferma l’autore – fornisce prove a favore del fatto che l’aumento di vitamina D possa contribuire a ridurre il rischio di insorgenza di diverse malattie. Il nostro lavoro suggerisce però che mantenere livelli adeguati di questo componente è importante, anche se non sembrano verificarsi effetti in caso di superamento di una determinata soglia”. Il gruppo di ricerca ha raccolto i dati dalla Biobanca inglese, dalla European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition e 31 studi volti a esaminare gli effetti della vitamina D. In totale, sono state considerate le informazioni di 386.406 individui europei, che sono stati seguiti in media per 9,5 anni. I partecipanti, che non presentavano malattie cardiovascolari, sono stati sottoposti a misurazioni di 25-idrossivitamina D, o 25(OH)D, la forma principale di vitamina D nel corpo umano, considerata carente quando inferiore a 25 nanomoli per litro. Durante il periodo di studio, 33.546 persone hanno sviluppato malattie coronariche, 18.166 soggetti hanno sperimentato un ictus e 27.885 sono deceduti. Gli scienziati hanno esaminato le varianti genetiche ereditarie dei partecipanti per stimare l’efficacia della vitamina D nel prevenire eventi come difficoltà coronariche, ictus, tumore. Gli esperti non hanno riscontrato legami tra la predisposizione genetica a livelli più elevati di vitamina D e malattie coronariche, ictus o morte. Stando ai risultati del gruppo di ricerca, però, chi era geneticamente predisposto a valori di 25(OH)D superiori a 10 nanomoli per litro sembrava correre rischi del 30 per cento inferiori di mortalità per tutte le cause. 

La carenza di vitamina D legata a un aumento della mortalità

Gli effetti sulla mortalità cardiovascolare e da cancro erano tuttavia statisticamente significativi solo nelle persone con carenza di vitamina D. Tra chi era geneticamente predisposto a una carenza di vitamina D emergeva quindi un forte legame positivo tra aumento dei valori di 25(OH)D e la diminuzione dei rischi per la salute. Gli autori concludono che le prove genetiche suggeriscono una relazione causale tra le concentrazioni di 25(OH)D e la mortalità nelle persone con bassi livelli di vitamina D, anche se si tratta di una relazione non lineare. In altri termini, chi è caratterizzato da un’inclinazione genetica a valori di vitamina D meno elevati e integra la propria alimentazione con il nutriente, potrebbe riscontrare i benefici maggiori di un trattamento a base di vitamina D. Come limite dello studio, gli scienziati riconoscono di aver considerato solo persone di una determinata fascia d’età e provenienza geografica, per cui i risultati potrebbero non essere ampliati al resto della popolazione. “Saranno necessari ulteriori approfondimenti – conclude Burgess – per comprendere meglio l’effetto della vitamina D. Sulla base delle conoscenze attuali, questo integratore potrebbe rappresentare un presidio utile per ridurre il rischio di malattie croniche in determinati soggetti”. 

LINK A STUDIO: https://www.thelancet.com/journals/landia/article/PIIS2213-8587(21)00263-1/fulltext 

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