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Nicotina: parte del problema ma parte della soluzione

Redazione

Sono alternative meno dannose al fumo, la cui riduzione del rischio è stata calcolata tra il 70 e il 95% a seconda delle ricerche. Eppure il fumo alternativo, elettronico o come si vuole chiamare sembra essere il grande nemico e quando si chiede il perché la risposta è: perché contiene nicotina. E’ la nicotina a creare la dipendenza e a tenere legato a sé il fumatore ma non è la nicotina ad ucciderlo. Lo uccidono le sostanze tossiche della combustione del tabacco che a sua volta è miscelato a sostanze come la varechina e il polonio.

Eppure a qualcuno fa comodo puntare il dito sulla sostanza che crea meno problemi. Quella che tiene legato il fumatore grazie alla stimolazione del circuito cerebrale della ricompensa mediato dal neurotrasmettitore dopamina. E che sia proprio questo il problema? Rendere la vita difficile a chi non riesce a rinunciare a quella sensazione? Che sia un approccio etico, puritano? Che sia una posizione politica, quella del divieto a tutti i costi, senza ricordare che le sigarette che uccidono la metà dei loro utilizzatori sono lì sugli scaffali in libera vendita.

Nel Regno Unito, una recente revisione ordinata dal governo ha suggerito che la pazienza per lo spaccio di campagne di disinformazione contro lo svapo è esaurita, con richieste di una campagna d’informazione nazionale per “smantellare i miti sul fumo e lo svapo”.

Più recentemente, la decisione della Food and Drug Administration di vietare la vendita di JUUL ha fatto notizia ed è stata accolta principalmente con diffusa incredulità e derisione tra il grande pubblico e i gruppi al di fuori dell’area politica della nicotina e del tabacco.

Non sorprende che una nuova ricerca abbia rivelato che la messaggistica del settore dello svapo è più affidabile di quella dei funzionari della sanità pubblica. Lo studio ha rilevato che “gli individui che si fidano più delle aziende di sigarette elettroniche rispetto ai professionisti della salute hanno l’87% in più di probabilità di utilizzare le sigarette elettroniche e segnalano una minore percezione del danno delle sigarette elettroniche”.

Per capovolgerlo, mostra che l’esperienza dei vapers nell’usare la nicotina in una forma più sicura semplicemente non corrisponde alle descrizioni cariche di ostilità dello svapo promosse da molti nella comunità sanitaria che sono ideologicamente contrari alla riduzione del danno, principalmente perché non ne sanno abbastanza e quindi opporsi è la soluzione più semplice. Basterebbe ricordare loro che le terapie di prima linea usate come supporto alla cessazione nei Centri Antifumo sono proprio a base di nicotina. E che esse vengono usare a scalare per allontanare gradualmente dalla dipendenza così come è possibile fare con le e-cig.

Non c’è niente di più potente per rivolgere il pubblico contro i messaggi di salute pubblica che vedere un familiare, un amico o un collega smettere di fumare con calma e migliorare notevolmente la propria salute con un prodotto contro il quale gli attivisti anti-vaping hanno messo in guardia con un linguaggio apocalittico ma scientificamente inattendibile.

Considerando il livello di sfiducia nelle autorità sanitarie durante la pandemia di coronavirus, le persone iniziano a dubitare che quelli dati dalle autorità sanitarie siano consigli e indicazioni dati a loro beneficio.

Le opinioni preconcette e miopi rispetto alla mole di studi che sostengono l’efficacia di un approccio improntato alla riduzione del danno, che fanno dichiarazioni da una torre d’avorio, saranno sempre più visti come inaffidabili.

La nicotina è stata consumata dagli esseri umani per millenni e non andrà da nessuna parte presto, quindi è ragionevole assicurarsi che i consumatori la utilizzino nella forma più sicura possibile, cosa che stanno facendo i paesi anglosassoni.

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