Ogni giorno milioni le donne italiane soffrono di dolore cronico, di continuo, affrontando costi e impatti su redditi e lavoro

In Italia, complessivamente, la popolazione femminile rappresenta il 60% degli adulti con dolore cronico (Fonte Rapporto ISTISAN 23/28, “Dolore cronico in Italia e suoi correlati psicosociali dalla “Indagine europea sulla salute 2019”). E la IASP dedica proprio il 2024 alle disparità di sesso e genere nel dolore, sia per aumentare la consapevolezza all’interno della comunità del dolore e non solo che per esaminare le conoscenze sulle differenze di sesso e di genere nella percezione e nella modulazione del dolore, affrontando le disparità.
Ma quali sono le importanti differenze nel modo in cui le differenze sesso e genere impattano il vissuto e percepito del dolore?
In Italia sono quasi 10 milioni le persone maggiorenni che soffrono di dolore cronico, secondo la definizione utilizzata come criterio di riferimento dal 1° Rapporto Censis-Grünenthal ‘Vivere senza dolore’: è il 22,7% delle pazienti donne a soffrirne di continuo (rispetto al 7,7% degli uomini) e la percentuale raggiunge il 28% riguardo le donne che ne soffrono ogni giorno.
“Il rapporto della donna con il dolore cronico rivela criticità relative alla gestione della patologia. Se nei contesti sociali e lavorativi è quanto mai necessario ricercare e garantire la parità, per quanto riguarda la salute le differenze di genere sono elementi che caratterizzano le persone e che definiscono sfere di diversità sia di espressione biologica (sesso), sia di riconoscimento sociale (genere).” – sottolinea la dott.ssa Lucia Muraca, Referente della terapia del dolore e cure palliative di SIMG Calabria, autrice del podcast “Il dolore cronico ha un genere?” sul canale Dimensione Sollievo di Spotify.
I dati emersi dal Rapporto Censis-Grünenthal evidenziano la necessità di riconoscere l’impatto del dolore cronico e la sua diversità biologica e di genere, per definire un nuovo modello capillare, basato sulla comunicazione con lo specialista e orientato a ogni singola individualità.
Per genere, ad esempio, emergono ulteriori differenze come il fatto che tra le donne è più alto il richiamo come patologia originaria del dolore cronico l’artrosi (26,8% donne, 16,5% uomini), l’emicrania (17,3%, 9,2%), l’osteoporosi (8,1%, 4%) e la cefalea (9,1%, 3,8%). Tra gli uomini, invece, emerge un richiamo un po’ più alto alle malattie vascolari, cattiva circolazione (5,2%, 4,5%), ai dolori post-operatori (4,7%, 2,3%) e alle neuropatie (4,1%, 2,3%). Per uomini e donne la parte inferiore della schiena resta il luogo primario di localizzazione del dolore, ma tra le donne è più frequente il dolore al ginocchio (14,5%), alla testa (14,6%), al piede (10%) e all’anca (8%).
“Differenze genetiche, anatomiche e ormonali differenziano i meccanismi biologici del dolore nel corso della vita degli uomini e delle donne. Anche dal punto di vista psicologico e sociale, le differenze sono rilevanti.” – continua la dott.ssa Muraca.
La dimensione di genere del dolore cronico si conferma per le conseguenze psico-fisiche espresse e per gli impatti su funzionalità, attività e spese. Il dolore cronico incide molto o abbastanza negativamente sulla vita quotidiana e il benessere per oltre il 60% delle persone e al 38,2% dei pazienti capita di avere bisogno di forme di supporto, aiuto, assistenza da familiari, parenti amici o anche volontari. Anche in questo caso si evidenzia come abbiano dovuto ricorrere a forme di supporto più le donne (42%) rispetto agli uomini (33,4%). Il peso delle spese affrontate di tasca propria è molto più alto per le donne (73,4%) rispetto agli uomini (57,9%); La pressione delle spese per la patologia sui budget famigliare impone, infatti, il ricorso continuo e sistematico a servizi e prestazioni sanitarie che solo parzialmente trovano risposta nel Servizio sanitario e, molto spesso, richiedono un esborso di tasca propria da parte della persona.
Inoltre, sono più penalizzate le donne lavoratrici con il 46,1% che ha dovuto fronteggiare effetti sul proprio lavoro rispetto ai lavoratori (36,3%).
In generale, l’articolato impatto negativo del dolore cronico sul lavoro ha generato un taglio nei redditi degli occupati che ne soffrono, al 17,5% per le donne.
“Numerosi studi fanno emergere come il dolore cronico continui a essere un problema di salute pubblica a tutt’oggi non adeguatamente valutato e sotto trattato, anche in relazione al sesso del paziente. – conclude la dott.ssa Muraca – Per questo la medicina di genere ormai è diventata una sfida del Servizio Sanitario Nazionale e un imperativo per gli operatori del settore così come la valutazione delle variabili biologiche, ambientali e sociali, dalle quali possono dipendere le differenze dello stato di salute e del percorso terapeutico.”
“Il nostro impegno riconosciuto nello sviluppare la gestione del dolore in Italia – commenta Laura Premoli, General Manager di Grünenthal Italia – si concretizza anche attraverso iniziative come il 1° Rapporto Censis-Grünenthal che fornisce un quadro urgente e dati che non possiamo sottovalutare per garantire a ciascuno il percorso terapeutico più appropriato e il rispetto delle individualità e specificità. Molto ancora deve essere fatto in quest’area, a partire dal cambio culturale e di prospettiva che è necessario per rispondere appropriatamente al bisogno di salute dei pazienti con dolore; dalla necessaria modernizzazione della sanità territoriale e dal riconoscimento del dolore cronico nel Piano Nazionale delle Cronicità, come chiedono i pazienti stessi”.
L’84% delle persone che soffrono di dolore cronico moderato o severo, intervistate da Censis, richiedono, infatti, che il dolore venga riconosciuto come patologia.
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