Parti cesarei ancora troppi, ecco quando é necessario

Ida Macchi

Clamoroso caso di malasanità nell’ospedale all’ospedale civile di Karimganj, nello stato indiano dell’Assam: durante il parto cesareo, il ginecologo si accorge che il piccolo in arrivo ha meno di 6 mesi di gestazione e, visto che è prematuro ed incapace di sopravvivere all’esterno,  ricuce il pancione ,suggerendo alla mamma di attendere sino alla naturale fine della gravidanza. La donna, in seguito a questa pratica, è stata colpita da una severa setticemia ed ora è in fin di vita. Il camice bianco, invece, è stato costretto a rifugiarsi nel suo studio per sfuggire a centinaia di persone che, indignate per la sua condotta , gli hanno dato letteralmente la caccia. Ora è sotto inchiesta, colpevole di una scelta medica che non ha alcuna giustificazione .

FAKE NEWS?

“La vicenda ha dell’incredibile , tanto da rasentare la fake news ”, commenta la professoressa Stefania Piloni, ginecologa e docente di fitoterapia all’Università di Milano. “Le settimane di gestazione si possono conteggiate con un’ecografia. Basta anche una visita ginecologica che valuta il volume dell’utero. E poi, la gravidanza è pari a 296 giorni, calcolabili dalla data dell’ultima mestruazione: lo specialista può stimare il mese di gestazione, senza doversene accorgersene durante un cesareo. Questo intervento , quando il bambino è prematuro, si effettua solo quando, rimanendo nel pancione, il piccolo rischia di  perdere la vita, mentre una culla termica e cure neonatali su misura possono essere un aiuto per la sua sopravvivenza”.

Stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità,  il numero di cesarei nel nostro Paese è passato dall’11% sul totale dei parti del 1980 al 28% del 1996,  fino a sfiorare il 38% nel 2008, quando l’Italia ha conquistato il primo posto in Europa. Esiste però una notevole variabilità tra le diverse Regioni (dal 60% della Campania al 24% del Friuli Venezia Giulia) e tra  le diverse tipologie di strutture in cui la donna partorisce : si passa dal 75% nelle case di cura private al 35% degli ospedali pubblici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha però concluso che tassi di tagli cesarei superiori al 10-15% non sono associati a una riduzione del tasso di mortalità materna e infantile. Mantenersi entro questa percentuale è quindi  un obiettivo a cui anche il nostro Paese deve tendere. Come sottolinea anche l’istituto Superiore di Santità, il tasso di cesarei appropriato non può essere raccomandato come ideale per qualsiasi struttura sanitaria, senza tener conto della diversa composizione della popolazione che afferisce ai diversi centri nascita. Vien da sé che gli ospedali cui afferiscono le gravidanze a maggiore complessità assistenziale debbano ricorrere più frequentemente al cesareo,  rispetto a quelli dove si assistono le gravidanze fisiologiche. Possibile un maggior numero di cesarei, però, anche nelle piccole strutture che non hanno a disposizione una neonatologia e che non possono correre il rischio di non poter affrontare con successo gli esiti di un’importante sofferenza fetale, dopo la nascita del piccolo.

Nonostante il parto cesareo sia soggetto a precise linee guida e sia una scelta elettiva, ovvero una decisione consapevole ta del medico , imposta da una situazione che mette a rischio la salute di mamma o bebè, in Italia se ne praticano troppi.

Quando la scelta è ‘appropriata’ si tratta di un intervento salvavita che può essere praticato d’urgenza quando qualcosa “va storto” durante il parto,  o programmato in anticipo se la nascita per via vaginale è ad alto rischio. In questo caso, viene stabilito 7-10 giorni prima della data presunta del parto e sempre dopo la 36^ settimana: i polmoni del piccolo hanno raggiunto la maturità e sono in grado di funzionare in modo autonomo all’esterno del pancione. “Tra le cause che più spesso impongono un cesareo d’urgenza c’è la sofferenza fetale: se prolungata, può lasciare serie eredità negative sulla salute, soprattutto mentale, del piccolo”, spiega la professoressa Piloni. “E’ messa in luce da importanti decelerazioni e cali del battito cardiaco del piccolo durante il travaglio, oppure da una variazione del colore del liquido amniotico che, invece di essere limpido, assume una colorazione bruna o verdastra, segnalando spesso un’ infezione batterica. Cesareo d’urgenza anche quando il travaglio supera le 24 ore e, soprattutto, è instabile: con spinte irregolari , alternate a eccessivi e “sospetti”momenti di stop , che rallentano troppo la discesa del piccolo”.

UNA SOLUZIONE A RISCHI IN AGGUATO

“Cesareo, il più delle volte programmato, invece,  quando il bebè nel pancione non ha una posizione ideale per nascere ( è podalico, si presenta di faccia, di spalla, per esempio) e rischia “di incastrarsi” nel canale da parto”, aggiunge la specialista. “Oppure se ha qualche patologia (una cardiopatia, per esempio) che lo rende fragile e incapace di affrontare le fatiche del travaglio e del parto”. In questo caso, il cesareo va possibilmente fissato in un centro di terzo livello, dove è attiva anche una neonatologia che può offrire al nascituro le cure necessarie. “Il cesareo diventa una scelta elettiva anche quando ci sono problemi legati ad una placenta previa (posta tra il bambino e l’uscita) o che si distacca in anticipo, impedendo così la normale discesa del piccolo”, spiega la professoressa Piloni.” Ricorso al bisturi anche se c’è un’eccessiva riduzione del liquido amniotico che rende problematico il parto (le acque servono al bebé come “spinta”),  o problemi del funicolo: la rottura di un suo vaso e il rischio di un’emorragia, o un nodo o un giro del cordone ombelicale che possono serrarsi durante la discesa del piccolo verso l’esterno, mettendo il feto a corto di sangue e ossigeno. Il cesareo viene programmato anche quando ci sono sono problemi materni: cardiopatie, gravi infezioni (herpes genitale in fase attiva, AIDS , per esempio) che la futura mamma può passare al piccolo durante il passaggio nel canale da parto, un’incompatibilità feto-pelvica (un bambino che risulta troppo grosso per il bacino della donna). Necessario anche quando ci sono numerose cicatrici sull’utero, legate alla rimozione di fibromi: durante il travaglio, possono “lasciarsi andare”, innescando una pericolosa emorragia interna, la morte del piccolo e la rimozione dell’utero. Per lo stesso motivo, il cesareo che in questo caso viene definito ‘iterativo’, è indicato anche a donne che hanno già avuto un figlio con il cesareo: se non sono passati più di 2-3 anni dal lieto evento, l’incisione non è ancora ben cicatrizzata e rischia di non “tenere”. Il bisturi protegge perciò mamma e bebè da eventuali rischi” .

SCELTA MATERNA

Circa il 2% dei cesarei avvengono invece per scelta materna: nel nostro Paese decidere come far nascere il proprio bebè è un diritto riconosciuto. L’opzione viene però discussa con il ginecologo che ne illustra rischi e benefici rispetto al parto naturale, in modo da arrivare ad una scelta condivisa. “Per lo più è richiesta da donne che hanno già avuto un parto traumatico (molto prolungato, che ha lasciato grandi cicatrici del perineo, per esempio) e rifiutano addirittura una seconda gravidanza per evitare di vivere nuovamente l’esperienza di una nascita per via naturale”, spiega la professoressa Piloni. “Oppure da donne con problemi psicologici ed emotivi legati al perineo, come quelle che soffrono di vaginismo o sono state vittime di violenza: vivrebbero come un trauma anche la nascita del piccolo. Anche le donne con seri problemi psichiatrici optano spesso per il cesareo, sulla spinta di fobie e ansie incontrollabili”.

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