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Per prevenire il suicidio, anche una canzone può servire

di Andrea Lupoli

Una canzone capace di ridurre i suicidi nei giovanissimi. Lo hanno chiamato “effetto Papageno” per citare il noto personaggio del flauto magico di Mozart che pensa al suicidio ma poi desiste dal suo intento grazie agli spirti. Qualcosa del genere si è verificato grazie al brano “1-800-273-8255” del rapper statunitense Logic che ha fatto aumentare le telefonate alla National Suicide Prevention Lifeline salvando centinaia di americani dal suicidio. Ma è davvero così? Le canzoni o un certo tipo di comunicazione possono avere un impatto in termini di prevenzione del suicidio o di contro favorirlo? Secondo il Prof. Maurizio Pompili, Responsabile del servizio per la prevenzione del suicidio e professore ordinario di psichiatria“l’effetto Papageno si verifica in contrapposizione a quello Werther che invece spinge al suicidio (come appunto fa il personaggio principale nel racconto di Goethe, dopo la pubblicazione del romanzo si verificarono numerosi suicidi per effetto imitativo) e che abbiamo quando i mass media usano toni sensazionalistici, caratteri cubitali, frasi ad effetto nel descrivere il suicidio della persona e distaccandosi dalle linee guida che sono state proposte ai mass media per riportare in modo corretto le notizie di suicidio. Se invece si propongono soluzioni, aiuto e alternative abbiamo l’effetto opposto chiamato appunto Papageno, come nel caso della canzone. I media hanno quindi un ruolo cruciale in termini di prevenzione o meno dei soggetti vulnerabili che si trovano esposti ad un messaggio invece che ad un altro.” Storia recente il caso di “Tredici” (13 Reasons Why) serie tv targata Netflix che racconta proprio del suicidio della protagonista a causa di episodi di bullismo e violenza“Un noto servizio di streaming video diede vita ad una unità di crisi – commenta il Prof. Pompili- perché si temeva in un effetto di imitazione. Un centro di crisi che doveva opporsi alla possibilità di contagio che poteva verificarsi durante la messa in onda, un centro crisi virtuale in base al paese in cui si fruiva della serie e al quale si poteva chiedere aiuto.” Quindi una azione concreta davanti ad un prodotto di “intrattenimento” considerato a rischio. Ma di che numeri parliamo quando parliamo di suicidi nel nostro paese? “Ci sono circa 4000 suicidi ogni anno in Italia. – risponde il Prof. Pompili – Con un rapporto di 3 a 1 fra uomini e donne, un rapporto a sfavore dei maschi in quello che è definito ‘paradosso di genere’ perché non esiste una spiegazione scientifica al riguardo. Il suicidio è la terza causa di morte in Italia fra gli adolescenti con numeri che variano e si attestano intorno ai 350 all’anno. Nel mondo invece il suicidio è la seconda causa di morte nel mondo fra i giovani tra i 15 e i 29 anni.” Numeri enormi, che spaventano ancora di più in tempi così difficili come quelli legati alla pandemia. Tempi che hanno messo in luce fragilità nascoste o reso più profonde le ferite emotive dei più giovani. “Il suicidio è un fenomeno multifattoriale, non c’è mai un’unica causa che può spiegarlo da solo. Eventi avversi nel corso della vita, in persone fragili, possono essere situazioni che contribuiscono al suicidio ma non sono mai esclusivi. La pandemia ha sicuramento avuto, e avrà un ruolo importante, nel creare vulnerabilità ma ad oggi, in termini di suicidi propriamente detti, non c’è stato un aumento dei casi per la pandemia.” I campanelli di allarme, le red flags, quegli indicatori che ci segnalano che qualcosa non sta andando come deve possono fare la differenza se si conoscono e si sa come intercettarli e saperli decodificare significa poter salvare una vita. “I segnali di allarme sono conosciuti – fa sapere Pompili – e sono spesso impiegati nelle campagne di prevenzione. Affermazioni come: ‘non riesco più ad andare avanti’, ‘ ho voglia di morire’ sono elementi da prendere in considerazione uniti a disturbi del sonno, ansia, agitazione, azioni emblematiche come il disfarsi o il regalare qualcosa a cui la persona tiene molto. Può verificarsi anche l’aumento dell’abuso di sostanze, l’allontanarsi dagli amici, il praticare attività rischiose. Infine i cambiamenti di umore repentini sono un altro indicatore che mostra la fine di una ambivalenza: passare da uno stato di depressione ad uno di euforia perché appunto si è deciso di uccidersi, perché si guarda al suicidio come unico modo per mettere fine al proprio stato di sofferenza. Il passaggio finale, fondamentale, resta ancora quello della prevenzione, del fare prevenzione per evitare il suicidio, nei giovani così come nell’adulto, e nel ridurre anche i tentativi di suicidio. Ancora una volta il Prof. Pompili indica una strada possibile: “la prevenzione mira a trattare il fenomeno alla luce del sole per togliere il velo di stigma che si porta dietro da secoli. Il fatto di poter parlare e formulare le domande giuste indirizzando l’attenzione verso il problema, senza tabù e con operatori competenti che chiedono ‘hai mai pensato di voler morire? Hai mai pensato al suicidio?’ li dove serve chiederlo. Ricordiamo poi la possibilità, sempre degli operatori, nell’impiegare farmaci e/o la psicoterapia, così come la capacità di immedesimarsi in quella sofferenza del soggetto che hanno davanti, cercando di non far sentire sola la persona. Tanti step, tutti importanti, ognuno prezioso.

Prof. Maurizio Pompili, Responsabile del servizio per la prevenzione del suicidio e professore ordinario di psichiatria

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