Il posto fisso? Meglio “in movimento”! Professione: nomade digitale

di Anna Benedetto

L’1 aprile usciremo finalmente dallo stato di emergenza ma, per molti settori, sarà impossibile tornare alla situazione pre-pandemia.

In un sistema in cui la ricetta sanitaria è “dematerializzata”, la telemedicina è entrata a diritto nelle vite di molti come nuova modalità di cura, puoi comprare casa in uno spazio virtuale che è il Metaverso o utilizzare moneta virtuale per battere all’asta opere d’arte in formato NFT, anche il mondo del lavoro ha preso una “terza via”.

Si chiamano nomadi digitali e sfruttano la tecnologia per lavorare a distanza viaggiando. In tutto il mondo sono circa 35 milioni, ripartiti equamente tra uomini e donne, età media 40 anni e – se fossero uno Stato – si posizionerebbero al 41esimo posto, subito dopo il Canada.

 

“Se hai potuto farlo, allora puoi ri-pensarlo”

La pandemia ha ribaltato il paradigma del visionario Walt Disney “Se puoi sognarlo, puoi farlo” imponendoci – sul filo dell’emergenza – di sospendere il giudizio ed iniziare immediatamente a vivere e lavorare in un altro modo. Superati i limiti imposti dal lockdown, molti smart workers dell’ultim’ora hanno iniziato a riconsiderare il limite come una opportunità per mettere in discussione lavoro, obiettivi e stili di vita.

In America sono già 5 milioni le persone che nel 2021 hanno rassegnato le loro dimissioni, in alcuni casi senza nemmeno avere un piano B: un esercito che dilaga e si confronta da mesi sui social a suon di hashtag #IQuitMyJob e che, secondo il 2022 Joblist’s Job Market Trends Report, quest’anno è destinato a coinvolgere tre lavoratori americani a tempo pieno su quattro.

Il fenomeno denominato “Great Resignation” incarna perfettamente questo “effetto collaterale” della pandemia sugli esseri umani che in massa critica, da tutto il mondo, hanno dato o intendono dare le dimissioni per affrancarsi da un lavoro dipendente, stressante e vincolato a luogo ed orari fissi per recuperare tempo, benessere, affetti e qualità della vita.

Questa consapevolezza è in cresciuta anche in Italia dove, secondo i dati più recenti del Ministero del Lavoro, tra aprile e giugno 2021 le dimissioni sono aumentate dell’85% rispetto al medesimo trimestre 2020. La maggior parte delle risorse che ha presentato le dimissioni ha un’età compresa tra i 30 e i 45 anni, il 79% risiede al Nord e, per la prima volta, la retribuzione non rappresenta il fattore di scelta primario. Uno su quattro vuole trovare un nuovo senso della vita.

Inclusione, lavoro flessibile, formazione, ascolto ed attenzione al benessere psico-fisico sul luogo di lavoro sono le nuove metriche in cui i CEO e la pubblica amministrazione sono chiamati ad agire per contrastare la tendenza.

 

Il posto fisso? Meglio “in movimento”!

Un report USA di Gartner 2021 ha dimostrato che i dipendenti, le cui aziende  in pandemia hanno avviato programmi per fornire loro questi benefici, riportano il 23% di livelli più alti di salute mentale, il 17% di livelli più alti di salute fisica e sono il 23% più propensi a dire di dormire bene la notte. E questi miglioramenti personali si traducono in livelli più alti di performance aziendali.

C’è però una fetta di popolazione mondiale grande quasi quanto il Canada che, di recente o già da tempo, ha scoperto di essere allergica al “posto fisso”, non solo in senso lavorativo ma anche geografico.

 

Si chiama Ilaria Stigliano, originaria di Napoli, oggi ha 38 anni ma ha iniziato a lavorare viaggiando 5 anni fa. È stata a lungo in India, Brasile, Australia, Africa e non si è mai fermata, nemmeno durante la pandemia.

L’abbiamo intervistata perché il suo punto di vista coniuga quello di una “nomade digitale” e di una psicologa, da sempre sintonizzata sul benessere e nel dare voce ai bisogni più intimi altrui e personali. Ci ha spiegato come sia riuscita a neutralizzare lo spettro di una malattia autoimmune ed il rischio di farsi boicottare da convenzioni ed aspettative altrui. Il suo vademecum per la felicità è un promemoria che tutti dovremmo mettere in agenda. E come dice lei: non domani, oggi stesso. Ci ha regalato una parte consistente del suo tempo e della sua intensità, che abbiamo deciso di citare per temi in questo racconto della sua esperienza.

 

Cosa ho fatto negli ultimi 5 anni?

Sunto di una chiacchierata con Ilaria Stigliano

 

Ho mollato un posto fisso a Napoli senza avere un piano B

«In questo momento mi trovo a Cape Town, in Sudafrica.
Chi sono?  Sono Ilaria: sono una viaggiatrice prima di tutto. E lavoro come psicoterapeuta. Ho cambiato molto il mio stile di vita attraverso il viaggio, perché ho lasciato il mio lavoro circa 5 anni fa.

Avevo 33 anni, lavoravo come educatrice con un contratto a tempo indeterminato in una scuola e come psicologa su vari progetti su Napoli e provincia (Miano, Secondigliano, Scampia), con bambini e adolescenti a rischio e come supporto psicologico domiciliare a malati terminali.

Amavo particolarmente il mio lavoro ma mi è capitato di essere pagata anche dopo due anni. Inoltre, nonostante dai 19 anni in poi abbia sempre cercato di viaggiare il più possibile, vivevo una crescente frustrazione perché il viaggio non era la mia vita e sentivo che stavo rinunciando ad un enorme pezzo di me. Quindi ho deciso di rischiare e licenziarmi».

 

And I did it…My way

«All’inizio ho fatto di tutto. Cercavo di scegliere un posto dove mi sentissi di voler approfondire la cultura o la lingua, oppure la musica o anche la danza. Quindi mi fermavo lì per qualche mese, dipendeva anche molto dal visto. Ad esempio in Australia sono riuscita a rimanere un anno e mezzo e in altri paesi sono rimasta sei mesi.

Fino a quando ho iniziato a lavorare full time come psicoterapeuta, sia in presenza che online. Oggi ovviamente ho un po’ più difficoltà nello spostamento perché sono molto legata alla connessione internet. Che è forse l’unico vero benefit irrinunciabile per un nomade digitale».

 

Sono una donna che viaggia da sola

«Una volta decisa la meta, non pianifico molto: quando atterro in un posto, non so dove andrò a dormire, quanto tempo rimarrò. Dipende moltissimo da come mi sento, mi abbandono molto “al flusso”: voglio prima arrivare in un posto per capire se effettivamente mi interessa rimanerci. Può essere ad esempio che mi addentro in una giungla sulla montagna per 8 ore e finisco a dormire in una comunità di aborigeni che mi ospitano, come mi è capitato in Sierra Nevada in Colombia.

Sono stata in posti considerati molto pericolosi per una donna sola e bianca: ad esempio qui in Sudafrica, oppure in India – dove pure sono stata molte volte – oppure in Marocco. In molti paesi ho anche viaggiato con autostop, dormito da sola magari con una amaca in spiaggia.

Eppure non mi sono mai sentita in pericolo: probabilmente, essendo di Napoli, provengo già da una realtà dove ho imparato molto ad affinare il mio sesto senso e, se una situazione intorno a me è un po’ rischiosa, me ne accorgo subito e la evito. Mi è andata bene, probabilmente.

Cerco sempre di prendermi cura di me e questo è un messaggio che voglio dare alle donne in generale: di fidarsi di loro stesse, di non essere troppo spericolate, di avere amore per la propria vita e per la propria incolumità fisica».

 

Il mio bagaglio?

«Una cosa che non posso dimenticare è il mio Kindle! Prima i miei bagagli erano pesantissimi per via dei libri. Per il resto, nello zaino, ho solo un paio di pantaloni, 3 t-shirt e una giacchetta un po’ più pesante. Io cerco di partire così e di comprare poi sul posto le cose più pesanti, per poi lasciarle a qualcuno del posto quando me ne vado. Cerco sempre comunque di riciclare, di non sprecare troppo, di non consumare troppo e di non buttare oggetti.

E poi ci sono i sandali – che indosso in questo momento – le mie scarpe da trekking che sono sempre con me perché ho bisogno di fare hiking, trekking, di scalare le montagne!».

La maternità?  Può prendere varie forme

«Io ora ho 38 anni, però questa scelta di vita l’ho fatta a 33 anni: l’età in cui di norma si tende a “mettere su famiglia”. Questo è stato quello che mi dicevano tutti: dovresti “sistemarti”, trovare un lavoro “normale”, avere una famiglia.

Noi cresciamo in una società che ci imbocca quelle che sono le scelte giuste da fare. Non sempre però la scelta giusta per qualcun altro è la scelta giusta per te! Io personalmente non ho mai avuto difficoltà – nonostante ci siamo state occasioni – a rinunciare all’idea di una famiglia, perché non mi appartiene. Avevo bisogno di continua crescita personale, di una continua scoperta e sentivo che quella non era la mia strada.

Ho comunque una parte materna di me molto forte: nel mio lavoro e nel volontariato, ho sempre cercato di prendermi cura di qualcuno. Ma non penso mi appartenga l’idea di rimanere stabile in una città a fare la mamma».

 

Sapere ciò che si ama: la realizzazione nel qui ed ora

«Spesso parlo con donne che, come me, non sentono quest’esigenza e si sentono sbagliate agli occhi della società, secondo i dettami della nostra cultura.  Ma non esiste il giusto o sbagliato. Io so solo che quando trovi un significato profondo nelle cose che fai, che dà valore a quello che sei e vedi una direzione, non stai navigando a vista! Spesso invece siamo infelici proprio perché non ci occupiamo di quello che amiamo.

Non sappiamo ciò che amiamo oppure non abbiamo abbastanza coraggio per raggiungere determinati obiettivi perché magari richiedono troppo sforzo e quindi iniziamo anche a rimpicciolirne la portata, perché magari temiamo di fallire o di sentirci sbagliati.

Io sapevo che dovevo e volevo trovare un modo per rendere la mia vita soddisfacente e appagante ogni giorno. Ma oggi. Non domani o in un futuro. Volevo avere un progetto di vita che fosse indirizzato a degli obiettivi lavorativi, ma anche a cercare una serenità, una felicità, nel presente. Sapevo che sarei voluta arrivare all’ultimo della mia esistenza, con la possibilità di guardarmi indietro e dirmi “Ok, wow: che vita meravigliosa che hai avuto!”».

 

La fine della vita è un’altra forma di viaggio

«Nella mia esperienza coi malati terminali io mi sono trovata a fare assistenza a persone con cui era anche difficile parlare, per via del loro stato, oppure con persone che parlavano ma era difficile comprendere. Soprattutto in India.  È stato spesso fondamentale per queste persone sentire il calore, avere una mano da stringere, qualcuno che li ascoltasse con empatia, che sentisse il loro dolore profondamente.

Ovviamente quelle persone stavano sperimentando la cosa che più ci fa paura, che è la fine della vita. Quelle sono state le esperienze che, in realtà, mi hanno dato la possibilità di comprendere quanto sia importante trovare il significato della nostra vita nel presente.  

È importante mettere quanto più amore in tutte le cose che fai, qualsiasi cosa. Questo è qualcosa che loro hanno bisogno di imparare: che nel loro qui ed ora, nel loro presente, loro possono mettere vita anche se la vita li sta mollando. Possono mettere vita versando un bicchiere d’acqua in una piantina, possono mettere vita stringendo una mano, possono mettere vita in quello che guardano, in quello che è intorno a loro».

 

 Il “sistema” sanitario

«Dai 19 anni in poi ho sempre viaggiato molto. In India, probabilmente in una casa di Madre Teresa dove prestavo servizio a dei malati terminali, ho contratto una forma di tubercolosi (endometrite tubercolare) molto rara, che in Italia da subito non hanno individuato e si è trasformata in una malattia autoimmune (connetivite indifferenziata). Ho combattuto per anni con questa malattia, che mi ha costretto a lunghe terapie ed effetti collaterali importanti. Ma, una volta recuperata l’autonomia di viaggiare, non ho permesso alla malattia di fermarmi.

Le persone si spaventano nel viaggiare troppo e a certe latitudini anche perché hanno paura di non ricevere la giusta assistenza sanitaria. Hanno estremamente ragione. Per quanto riguarda il livello di Sanità, in certi paesi fa paura rispetto a quello a cui siamo abituati. In India o qui in Sud Africa – Paesi dove il divario economico tra ricchissimi e poverissimi è immenso – la salute è per pochi. C’è un immenso divario tra la ricchezza, l’opulenza e la povertà più estrema, il dolore più estremo. E questo si trasferisce nel sistema sanitario: se è privato, hai tutte le cure.

Io stessa avevo molta paura, però occorre superare queste remore se vuoi fare determinate esperienze. Perché questa è un’altra delle cose che noi non possiamo controllare fino in fondo: mi posso prendere cura di me, mangio bene, ho una vita sana, faccio attività fisica, faccio meditazione, faccio un check up annuale quando torno in Italia. In questo momento penso di avere le difese immunitarie veramente alte.  Però più di questo non posso fare.

Non ho paura del ritorno della malattia o comunque non la alimento, perché non voglio che la paura mi faccia mettere in secondo piano le mie priorità. La malattia è senz’altro arrivata per un motivo, mi ha aiutato a fare chiarezza e mi ricorda, in ogni situazione, di ragionare sempre in termini di possibilità più che di limiti. E mi ha insegnato la gratitudine».

 

La mia “morning routine”

«Per stare bene è fondamentale prenderci cura di noi stessi ed avere uno stile di vita sano e consapevole. Quindi di base: mangiare bene, dormire bene, fare attività fisica.

Un’altra cosa fondamentale per stare bene è avere una routine – ognuno trova la sua – che per me è iniziare la giornata nel modo giusto, senza cellulari che mi distraggano, con la mente lucida, limpida, facendo delle cose che mi fanno stare bene.

Ecco la mia routine: mi sveglio, faccio la mia meditazione, faccio yoga, dopo di che scrivo, leggo e mi faccio un’ora e mezza in questo senso. Dopo il mio rituale, faccio colazione, riaccendo il cellulare e poi inizia il lavoro. Mi fa stare bene fare una cosa per volta. Facciamo troppe cose contemporaneamente ma abbiamo perso l’attenzione piena nel fare le cose: mangiamo e stiamo al cellulare, parliamo con qualcuno e guardiamo la tv, camminiamo e – di nuovo – scrolliamo il cellulare. Questo crea tantissimo stress!

Occorre recuperare la capacità di rimanere realmente presenti a quello che stiamo facendo, nel qui e ora, al cento per cento.

Un’altra delle cose che ci fanno stare bene è un dialogo sano con noi stessi: quando io comincio ad avere un dialogo tossico con me stessa, comincio a criticarmi, a dirmi che non merito niente e continuo a ripetermelo tutto il tempo tutto il giorno, questo crea delle convinzioni limitanti che creano una vita limitata. Una mente negativa non può creare una vita positiva.

E per finire aggiungerei: fare quello che amiamo e mettere amore in tutto ciò che facciamo, avere relazioni significative e praticare la gratitudine, intesa come imparare a notare e apprezzare ciò che abbiamo invece di lamentarci e desiderare sempre ciò che ci manca».

Ilaria Stigliano

Ilaria Stigliano, psicoterapeuta in viaggio

https://mohre.it

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