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Ray-ban e Facebook hanno creato un occhiale che “ruba” l’anima?

di Anna Benedetto

Se un tempo era il selfie, adesso c’è la soggettiva.

Ray-ban (e non solo), in partnership  con Meta, ha messo sul mercato dei nuovi smart glasses con una fotocamera integrata che consente di catturare e condividere sui social in tempo reale la visione “in soggettiva” di chi li indossa.

Si chiama Ray-ban Stories il modello che – insieme ad altre tipologie di smart glasses da tempo sul mercato –  è dotato di una tecnologia con doppia fotocamera da 5MP per scattare foto, fare video, ascoltare musica, ricevere chiamate e condividere i propri contenuti direttamente sui social attraverso l’app di Facebook Assitant.

La sua diffusione sta suscitando discussioni in merito alla privacy sia degli stessi utilizzatori (grazie alla intrusività dell’app di Facebook collegata) che rispetto alla immagini che questi occhiali sono in grado di “catturare”, con modalità da agente segreto, senza che i soggetti ritratti se ne accorgano.

Questione di privacy

Un piccolo led laterale si accende, anticipato da un bip, per annunciare che le fotocamere stanno acquisendo immagini, in formato video o fotografico. È possibile ridurre il volume del bip ma non disattivarlo. Queste sono le misure utilizzate da Luxottica (proprietaria del brand Ray-ban, ma anche partner di Google nella realizzazione dei primi smart glasses) per “tutelare” chi indossa gli occhiali dalle rimostranze di eventuali passanti non consenzienti a farsi ritrarre.

Ma sono sufficienti?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Francesco Capecci, esperto di diritto all’immagine.

Avvocato Francesco Capecci

I nuovi smart glasses includono nella montatura la possibilità di fare foto o registrare video. L’attivazione della camera è segnalata dall’accensione di un piccolo LED sulla montatura, è sufficiente a indicare a chi è inquadrato che sta venendo fotografato?

Asssolutamente no. Senza nemmeno arrivare alla normativa sulla protezione dei dati personali (privacy) dalla L. 675/96 in poi, la questione è regolata dall’articolo 10 del codice civile e soprattutto dall’art. 96 della Legge sul diritto di autore (L. 633/41) : per ritrarre l’immagine della persona serve il consenso, che può anche non essere reso in forma scritta, ed anche tacitamente, ma deve essere univoco e diretto all’autore della foto. La mera accensione di una lucina sugli occhiali non vale come consenso.

 

​​Quando si entra nel territorio della privacy?

Subito. L’’immagine costituisce il miglior sistema di identificazione di una persona fisica e, come tale, dato personale e per ciò stesso protetto dalle varie leggi e da ultimo dal GDPR o Regolamento Europeo 679/2016.

 

​​La legge consente di fotografare dei passanti in luoghi pubblici?

In generale no: l’articolo 97 della stessa legge fa eccezione nella misura in cui vi siano esigenze di cronaca che giustifichino la ripresa, quale ad esempio la notorietà del personaggio ritratto . Oppure quando sussista un’esigenza comunicativa (esempio servizio su tifosi che festeggiano, manifestanti, partecipanti ad un evento oppure un personaggio noto in un contesto pubblico). Ovviamente il divieto ha come presupposto la riferibilità alla persona dell’immagine, se fotografo qualcuno di spalle, ad esempio, la norma non interviene.

 

Quali sono le conseguenze per chi utilizza la nostra immagine senza il nostro formale consenso?

Le conseguenze civilistiche sono di tipo inibitorio (divieto di ulteriore diffusione e ritiro dal commercio o dalla fruibilità gratuita delle immagini) e risarcitorio, nel caso in cui questa divulgazione crei un pregiudizio personale e patrimoniali. Possono poi derivare conseguenze penali se le riprese foto/video sono fatte all’interno del domicilio ai sensi dell’articolo 615 bis c.p.

 

Quali sono invece le conseguenze se il fotografo diffonde le immagini tra i suoi contatti o sui social?

Intanto occorre separare l’ipotesi della comunicazione, che indirizzata a soggetti determinati, dalla diffusione, che è aperta a gruppi più ampi. Come detto l’azione viola la normativa nazionale del 1941 e la normativa europea sul trattamento dati, con le conseguenze inibitorie e risarcitorie sopra richiamate.

 

I produttori hanno ammesso che esiste il rischio di potenziali violazioni, sarebbe possibile adottare in questo senso il principio di precauzione e limitarne o vietarne l’uso?

Scartando il divieto di uso, che se vogliamo è una ‘non soluzione’, il venditore dovrebbe far firmare una liberatoria in sede di acquisto degli occhiali ove si evidenzia che la ripresa di persone in assenza di consenso costituisce un illecito civile, al netto delle possibili conseguenze penali. La soluzione potrebbe passare da un consenso fornito tramite un’applicazione di tipo bluetooth che trasmetta al proprietario degli occhiali l’assenso alla ripresa (anche nelle forme di un’autorizzazione di default) ma, al di là della verificabilità tecnica di questa ipotesi, non sarebbe comunque “la” soluzione perchè riguarderebbe solo chi sia in possesso di strumenti elettronici.

Mark Zuckerberg presenta i Facebook e Ray-Ban smart glasses

Ray-ban, dal canto suo, pur dedicando una intera sezione del sito ai quesiti relativi alla privacy, fornisce di fatto un vademecum sull’utilizzo virtuoso di questi occhiali nel mentre ne elenca tutte le potenzialità dannose (al di là dei rischi sopra elencati, basti pensare ad una persona in fila a uno sportello Atm dietro a chi stia prelevando).

Il fatto di rimettersi esclusivamente alla coscienza personale dei suoi clienti, raccomandando un uso corretto delle tecnologia – che non metta a rischio la privacy e l’incolumità di chi usa un prodotto e del resto della popolazione – mette in evidenza il fatto che non ci siano, ad oggi, altri mezzi efficaci per contrastarne un uso pericoloso.

E se per alcune popolazioni aborigene una foto è un incantesimo che ruba l’anima, chissà che non riesca proprio la tecnologia a farci pensare come loro?

 

Altro che “occhiali della nonna”

Considerata l’inquadratura tabù del cinema – e per questo usata più che raramente – la soggettiva era la visione “in prima persona” di un personaggio che si sovrapponeva a quella della macchina da presa rompendo la convenzione narrativa.

Usata prevalentemente negli horror e nei thriller, è curioso ricordare che la prima volta in cui venne usata fu il 1900, nel cortometraggio dal nome emblematico ‘Grandma’s reading glass’ in cui viene simulata la visione di un ragazzino che osserva alcuni oggetti tramite gli “occhiali della nonna” (ovvero una enorme lente di ingrandimento).

Naturalmente Ray-Ban con questo prodotto non punta ai nonni ma a un target più giovane e tecnologico, nonostante l’inossidabile brand sia nato dagli anni Trenta, a partire da una specifica richiesta del Luogotenente Generale John MacCready. Egli, dopo una traversata dell’Atlantico su un pallone aerostatico che gli aveva causato danni alla vista per l’assenza di un’adeguata protezione agli occhi, contatta una azienda americana di ottica per creare degli occhiali “da sole” adatti alle sue esigenze. Nacque il modello Aviator con lenti anti abbaglio, che letteralmente bandivano i raggi del sole (“ray ban”). Il resto è storia, attraverso immagini iconiche di star di Hollywood fino alla consacrazione nel film “Top Gun” con Tom Cruise.

 

Che fine hanno fatto i Google Glass?

Il riferimento più importante sono i Google Glass, i primi avveniristici occhiali a realtà aumentata (AR) lanciati sul mercato da inizio 2013, attraverso cui visualizzare informazioni come sugli smartphone ma senza l’uso delle mani (hands-free) mediante comandi vocali. Dotati anch’essi di fotocamera, avevano acceso da subito il dibattito sulla potenziale violazione della privacy dovuta al fatto che si può essere ripresi con la fotocamera degli occhiali senza rendersene conto.

Dopo 2 anni di alterne vicende, Google preferì ritirarli dal mercato per il grande pubblico e concentrarsi sulle loro applicazioni aziendali (Glass Enterprise Edition).

Questi occhiali sono in grado di far visualizzare a chi li indossa “tutto lo scibile umano”, liberando le mani per l’operatività. Vengono usati per svolgere più efficacemente il loro lavoro da professionisti di ogni tipo: da medici e professionisti sanitari, per accorciare i tempi destinati alle cartelle cliniche e dedicarne di più ai pazienti; ai meccanici di aviazione e di grandi case automobilistiche, per ridurre i tempi di intervento e migliorare l’operatività.

In linea con questa vocazione al problem solving,  Google da questo mese sta testando i suoi nuovi occhiali di realtà aumentata, eredi dei Google Glass, utili per superare ognii barriera linguistica (attraverso un traduttore simultaneo) e permettere a persone sorde di interagire con qualsiasi interlocutore che verrà sottotitolato in tempo reale.

E, se Ray-ban ha rinunciato alla realtà aumentata per i suoi occhiali “intelligenti”, questo nuovo prototipo di occhiali Google volutamente non includerà più la fotocamera, bypassando in origine ogni discussione in merito alla privacy.

https://mohre.it

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