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Salute ambientale e salute umana, telemedicina si, ma ha un ‘prezzo’ in termini di inquinamento

di Andrea Lupoli

 

Viviamo in una società capace di far ammalare, questo è un dato di fatto. Lo raccontano, per esempio, i numeri legati all’inquinamento che ancora genera in Italia oltre 80mila decessi prematuri all’anno, 500mila in Europa e 7 milioni nel mondo. Lo raccontano gli epidemiologi quando parlano di “città patogene” ossia grandi metropoli che fanno ammalare per i livelli troppo elevati di particolato e per la scarsità, in alcune metropoli, di piste ciclabili o ambienti dove è possibile praticare sport e attività fisica. La BPCO fa ancora registrare numeri importanti in Italia, quello delle malattie respiratorie ostruttive, infatti, è un problema più grave di quello che comunemente si pensa. Una persona su due non sa di essere malata, il 30% degli asmatici e fino al 50% dei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) non ha mai ricevuto una diagnosi. E quando questa arriva potrebbe essere già troppo tardi: circa il 50% dei pazienti con BPCO grave, muore entro 10 anni dalla diagnosi.  Per quanto riguarda il rapporto tra BPCO ed età, intorno ai 50 anni i malati sono circa il 7%, intorno ai 60 la percentuale sale sino a raggiungere l’11-12%, con numeri che raggiungono il 50-55% intorno ai 70. Il traffico veicolare è ancora fra i fattori più importanti quando si parla di qualità dell’aria e dunque di salute. Ed è proprio coniugando i concetti di salute, medicina e prevenzione, che la telemedicina va a rappresentare l’elemento cardine capace di ridurre determinati rischi. Negli ultimi due anni di pandemia la telemedicina ha fatto un notevolissimo passo in avanti. Le molte possibilità date dalla visita a distanza si sono concretizzate nel giro di pochi mesi. Il Covid-19 ha infatti accelerato un processo che per anni era stato solo raccontato come un nuovo modello di sanità. “La telemedicina offre diversi vantaggi – ha commentato il Prof. Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di MedicinaAmbientale SIMA – il primo è quello che consente di tenere monitorati tutti i pazienti cronici che sono sempre di più. Pensiamo ai diabetici che sono un numero elevatissimo non solo in Italia ma nel mondo. Oggi con la medicina digitale (che include sia visita che diagnosi e dunque si differenzia rispetto alla telemedicina che prevede solo visita)possiamo avere la possibilità appunto di essere curati a distanza.” Ma se è chiaro ed evidente che la medicina digitale possa fare la differenza in termini di riduzione della pressione sugli ospedali e dunque sul Sistema Sanitario Nazionale, così come può ridurre tempi e costi relativi alla visita medica, è forse meno evidente l’impatto che può avere in termini di sostenibilità ambientale. “Abbiamo una riduzione delle emissioni – prosegue il Prof. Miani- che sarebbero generate dagli spostamenti con l’automobile, ed anche la riduzione di quelle emissioni generate dalla stampa cartacea di prescrizioni o ricette che possono invece essere inviate tramite email.” E’ dunque tutto oro quello che luccica? Non proprio o non completamente, l’altra faccia della medaglia di internet e del digitale è dataproprio dal suo peso in termini ambientali e di sostenibilità. Ed è su questo aspetto che il Prof. Miani accende un riflettore dicendo come ci sia il bisogno di considerare una cosa fondamentale: “Il World Wide Web, internet dunque, è il più grande inquinatore al mondo. Il perché è legato al suo fattore energivoro, i server si surriscaldano e quindi viene consumata tantissima energia per poterli raffreddare. Per riuscire a ‘pareggiare’ il conto ambientale – prosegue Miani – si dovrebbe provvedere, non solo per la telemedicina ma in generale, al posizionamento dei server in luoghi già freddi. Una delle proposte più in voga oggi, anche se probabilmente di difficile realizzazione, è quello di costruire delle strutture per posizionare i server ai poli. Mettere i server sui poli terrestri permetterebbe di avere un impatto ambientale praticamente nullo, mentre oggi non è così.” Gli fa eco il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani che proprio in questi giorni ha evidenziato come il traffico aereo produca il 2% della CO2 globale, mentre il digitale un 4%” e che, rivolgendosi ai giovani, ha auspicato un minor uso dei social capaci di “Inquinare troppo, pensateci – ha detto Cingolani- quando mandate inutili fotografie, pensate al costo ambientale che hanno”. E in effetti secondo alcune stime una foto da un megabyte equivale a lasciare accesa una lampadina per 33 minuti, mentre secondo uno studio del 2010 dal titolo “How bad are bananas: the carbon footprint of everything”, di Mike Berners-Lee, ricercatore e scrittore in ambito di impronte ecologiche, una singola email di solo testo produrrebbe 4 grammi di CO2, mentre una mail con allegati arriva anche a 50 grammi di CO2. Aspettifondamentali dunque da valutare alla luce della grande partita globale che si sta giocando, la sfida lanciata diversi anni fa dall’OMS relativa al “One world, One health” ci ricorda che salute globale e salute del singolo sono strettamente correlate insieme. Anche per questo la Direzione Generale Ambiente dell’Unione Europea ha preso l’impegno di proporre agli stati membri entro il 2022 di utilizzare come linee guida quelle dell’OMS di fine settembre, volte ad una ulteriore modifica dei parametri di sicurezza sanitaria dell’inquinamento atmosferico. Ma allora in che modo il rischio ambientale e il rischio in medicina possono imparare l’uno dall’altro? Ammesso che possano. E’ sempre il Prof. Miani a spiegare che “quando si parla di rischio ambientale c’è sempre una stretta connessione con la salute pubblica e quindi anche con patologie che possono derivare da problematiche ambientali. Pensiamo ad una azienda che libera grandi quantità di diossina nell’aria oppure il costruire dove si sa che possano esserci esondazioni o terremoti. I due soggetti dunque (sanità e ambiente) dialogano strettamente fra loro ed è compito della medicina ambientale stessa far si che l’ambiente non diventi un fattore determinante di malattia, infortunio o morte prematura. Ci sono professionalità che valutano certi rischi e fanno in modo che non ci sia impatto sulla salute umana, animale e vegetale o che comunque questo impatto sia minimo in quello che è un ecosistema complesso.”

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