Si può morire di crepacuore? La sindrome di Takotsubo spiegata dalla cardiologa
di Marta Salvati
Dal caso Marjane Satrapi alla sindrome di Takotsubo: quando il dolore emotivo può avere effetti reali sul cuore. Intervista alla dott.ssa Patrizia Noussan.
In Giappone esiste un’arte antica chiamata kintsugi. Quando un oggetto di ceramica si rompe, i frammenti vengono ricomposti con una lacca mescolata a polvere d’oro. L’oggetto che se ne ottiene ha un altro aspetto, è qualcosa di nuovo. Sono proprio le crepe che lo attraversano a renderlo speciale: ecco che un vaso rotto diventa unico e affascinante tramite le fratture che lo impreziosiscono.
In un certo senso può accadere anche agli esseri umani. Un dolore profondo può lasciare cicatrici che non ci rendono uguali a prima, ma ci ricompongono in una fragile bellezza. Ed è sempre in un vaso giapponese che affondano le radici del nome della sindrome del cuore spezzato, la sindrome di Takotsubo, il recipiente utilizzato dai pescatori per catturare i polpi, la cui forma ricorda quella assunta dal cuore durante la fase acuta della malattia.
“È morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita” scrive la famiglia della fumettista Marjane Satrapi per annunciarne la prematura scomparsa. Sono parole che riaccendono una domanda antica: si può morire di crepacuore?
Ne parliamo con la dottoressa Patrizia Noussan, già direttrice della struttura complessa di cardiologia presso l’ospedale San Giovanni Bosco, ASL Città di Torino.
Cos’è la sindrome di Takotsubo e perché viene chiamata sindrome del cuore spezzato
Morire di crepacuore non è soltanto un modo di dire, ma può corrispondere alla realtà, spiega l’esperta. Nell’espressione popolare si cela una verità scientifica, quella che si riferisce a eventi mortali che si verificano a seguito di uno stress emotivo, ma anche fisico. Pur essendo usata nel linguaggio comune, non è falsa, perché corrisponde a una vera e propria malattia cardiaca: la sindrome di Takotsubo, anche detta cardiomiopatia da stress.
Non resta che chiederci quali eventi emotivi possano generare questa risposta del cuore, perché la risposta potrebbe essere meno scontata di quanto sembri.
Più spesso la sindrome di Takotsubo è generata da eventi negativi. Una diagnosi infausta o una notizia negativa possono rappresentare fattori scatenanti. È il caso di un lutto, di un abuso sessuale o di una catastrofe: chiaramente eventi molto stressanti che possono portare alla manifestazione della sindrome. Ma non si può escludere che anche una notizia molto positiva possa scatenare la condizione. Sono stati descritti casi dopo una festa, una laurea o un evento particolarmente felice.
Uscendo dalla grande sfera emotiva, anche lo stress fisico può essere responsabile. Continua Noussan: anche una grave crisi d’asma può rappresentare uno stress fisico notevole. Lo stesso può accadere nel periodo perioperatorio di un intervento importante.
Per capire cosa accade al cuore quando si sviluppa la sindrome, bisogna rispolverare la metafora del vaso dei pescatori di polpi, spiega la dottoressa: durante la fase acuta il cuore assume una forma che ricorda proprio quel recipiente giapponese: la base del cuore continua a contrarsi normalmente, mentre la parte apicale si dilata e perde temporaneamente la sua funzione. Ma c’è una buona notizia: si tratta di una disfunzione temporanea e transitoria, e molto spesso benigna.
Non si tratta di una condizione molto rara, anche se leggerne tra le pagine di un giornale lascia sempre sorpresi. Tra le notizie di cronaca, e nella vita quotidiana, capita spesso di ritrovare casi di coniugi di lunga data che si spengono a poca distanza l’uno dell’altra. C’è poi una prevalenza lampante, è un disturbo che colpisce soprattutto la popolazione femminile, in particolare dopo la menopausa. Basti pensare che circa l’1-2% delle persone che arrivano in pronto soccorso con un sospetto infarto hanno in realtà una sindrome di Takotsubo. Ma se consideriamo la sola popolazione femminile, la percentuale può arrivare al 5-6%. È una condizione alla quale noi cardiologi abbiamo imparato a prestare molta attenzione e che cerchiamo di individuare precocemente.
Quando raccogliamo l’anamnesi chiediamo sempre se vi sia stato un evento emotivamente significativo. Talvolta il paziente racconta, per esempio, di aver partecipato a un funerale lo stesso giorno o di essere nei giorni immediatamente successivi alla morte di una persona cara.
Se la prevalenza della malattia è in larga parte femminile, la fotografia della Takotsubo sta gradualmente cambiando aspetto. Un’analisi del registro InterTAK (Schweiger et al., 2024), che ha analizzato quasi 4.000 pazienti con sindrome di Takotsubo tra il 2004 e il 2021, ha osservato un cambiamento progressivo: la quota di uomini è aumentata dal 10% al 15%, così come sono cresciuti i casi associati a stress fisici come infezioni gravi, ictus o altre condizioni acute. Dati che riflettono soprattutto una maggiore capacità di riconoscere la sindrome in pazienti con patologie acute.
Sindrome di Takotsubo: sintomi, diagnosi e prognosi del “cuore spezzato”
Se il cuore può “piegarsi” sotto il peso delle emozioni, imparare a riconoscerne i sintomi non è così immediato. I sintomi sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli dell’infarto: il dolore toracico è il sintomo più frequente. Può esserci anche la mancanza di fiato e in alcuni casi può comparire la sincope, cioè uno svenimento, spiega la cardiologa. Ecco che la diagnosi differenziale diventa un’arma medica determinante.
Ciò che deve mettere in allerta il medico è una certa discrepanza tra l’importanza dei sintomi, l’elettrocardiogramma e il dosaggio degli enzimi cardiaci, cioè sostanze rilasciate dalle cellule cardiache quando subiscono un danno. Nell’infarto aumentano molto di più perché c’è una vera morte cellulare, nella Takotsubo gli enzimi sono solo sfumatamente alterati e non c’è una coronaria occlusa come avviene nell’infarto. Il paziente viene comunque sottoposto a coronarografia, che è sì un esame invasivo ma necessario per escludere una malattia coronarica, e impostare un approccio terapeutico meno aggressivo.
La fase acuta della sindrome di Takotsubo, nella maggior parte dei casi, non lascia esiti permanenti sul cuore. L’evoluzione clinica è generalmente favorevole e il recupero della funzione cardiaca avviene in tempi relativamente brevi. Se non c’è morte cellulare e la disfunzione è provvisoria, il cuore comunemente recupera la propria funzione. E proprio questa reversibilità rappresenta uno degli elementi distintivi della sindrome rispetto all’infarto.
Il cuore, quindi, nella grande maggioranza dei casi torna alla sua normale capacità contrattile senza danni strutturali permanenti generalmente entro quattro settimane, come rassicura Noussan.
Ma in una percentuale bassa di casi la sindrome può complicarsi con scompenso cardiaco, aritmie anche potenzialmente fatali o addirittura con shock cardiogeno, una condizione di grave compromissione della funzione cardiaca. In una piccola percentuale di pazienti, la sindrome di Takotsubo può allora complicarsi con quadri clinici che possono portare al decesso.
Il recupero della salute del cuore resta il risultato più frequente, però non coincide necessariamente con quello della persona nel suo complesso. La dimensione emotiva che spesso accompagna l’esordio della sindrome può seguire tempi diversi e più complessi.
Il superamento o l’allontanamento dall’evento che ha determinato lo stress emotivo aiuta nella fase di recupero, dice la dottoressa. Tuttavia, il legame tra evento scatenante e vissuto psicologico non si interrompe automaticamente con la stabilizzazione clinica.
Il fatto che il cuore recuperi non significa che il paziente non abbia bisogno di un sostegno psicologico: non è escluso che un lutto o un forte stress emotivo possano trasformarsi in una condizione persistente. E anche lo stress cronico può nuocere alla salute cardiovascolare.
Nel racconto pubblico della morte di Marjane Satrapi, l’espressione “morire di dolore” ha acceso la luce su una domanda che attraversa linguaggio comune e medicina: fino a che punto un grande dispiacere può incidere sul corpo? La sindrome di Takotsubo si colloca in questo spazio di confine: il dolore non resta presenza immateriale ma si fa condizione clinica capace di mostrare quanto profondamente il corpo possa reagire agli eventi della vita.