Social media e ragazzi: quando l’uso diventa problematico e come accorgersene
di Marta Salvati
Sul display dello smartphone scorrono veloci video uno dopo l’altro, senza pause. Un tutorial per fare la sabbia magica in casa, una challenge di danza diventata virale, un consiglio di trucco spiegato in pochi secondi. Le immagini si susseguono rapide mentre Claudia stringe il telefono tra le mani.
È il pomeriggio della festa di compleanno di un compagno di classe, oggi spegne undici candeline. Intorno a lei ci sono palloncini, giochi e l’immancabile buffet. Claudia resta seduta su una panchina, con le gambe intrecciate e il suo telefono in grembo con lo sguardo fisso sullo schermo luminoso. Claudia è altrove.
Non è una scena eccezionale. Secondo i dati dell’Ufficio regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’Europa più di un adolescente su dieci, soprattutto di sesso femminile, ha mostrato dei segnali di comportamento problematico in relazione ai social media. E si badi bene che non è un gioco da ragazzi: anche tra gli adulti i dati sono allarmanti. Una ricerca realizzata da Dermoskopika stima che 1,1 milioni di italiani sotto i 35 anni siano a elevato rischio di dipendenza dai social media
Ma qual è la linea sottile che separa un uso intenso da un uso realmente dannoso? Non si tratta solo di contare le ore trascorse davanti allo schermo. Per riconoscere il lato oscuro della rete serve una mappa più complessa: individuare i segnali che possono rivelare un problema, e intervenire per costruire, per usare le parole del filosofo Luciano Floridi, una vita onlife, consapevole e sana.
Uso problematico dei social: come riconoscere i campanelli d’allarme
Lo studio HBSC coordinato dalla World Health Organization – Ufficio Regionale per l’Europa, racconta che circa un adolescente su dieci presenta un profilo di uso problematico dei social media, mentre oltre il 30% si colloca in una fascia intermedia a rischio.
Sempre la World Health Organization individua alcuni indicatori chiave per intercettare un comportamento disfunzionale. Il primo è la perdita di controllo: si parte con un buon proposito, “solo dieci minuti”, e ci si ritrova risucchiati da un reel dopo l’altro.
Un secondo campanello d’allarme riguarda le reazioni emotive quando l’accesso viene impedito: irritabilità, agitazione, ansia per una notifica non controllata. A questo si aggiungono le interferenze nella vita offline: calo del rendimento scolastico, riduzione del sonno, abbandono degli hobby. I social diventano un rifugio emotivo: se si è tristi o arrabbiati, basta un tap per cambiare stato d’animo.

Dott. Claudio Leonardi
Per capire perché questi segnali non vadano sottovalutati, bisogna guardare al meccanismo neurobiologico che si attiva quando scorriamo lo schermo. “Alla base c’è la stimolazione del sistema dopaminergico”, spiega il tossicologo Claudio Leonardi, presidente della Società italiana patologie da dipendenza (SIPaD) e membro del Board Scientifico di Mohre. “La dopamina è il neurotrasmettitore coinvolto nei circuiti della gratificazione e della motivazione. Ogni like, commento o messaggio viene registrato dal cervello come un’esperienza positiva. Il comportamento viene rinforzato e tende a ripetersi.
Il punto cruciale, però, è che queste gratificazioni non arrivano in modo continuo ma intermittente. Un messaggio ora, poi nulla. Un contenuto interessante, poi il vuoto. Questa imprevedibilità, il cosiddetto rinforzo intermittente, crea tensione e alimenta la ricerca della ricompensa successiva.
È lo stesso principio psicologico che sostiene il gioco d’azzardo: non sappiamo quando arriverà la ricompensa, ed è proprio questa incertezza a renderla più potente. Nel tempo può emergere un fenomeno di tolleranza: per ottenere lo stesso livello di gratificazione, diventa necessario aumentare la permanenza online”.
Un criterio centrale, del resto, anche nella Bergen Social Media Addiction Scale sviluppata da Andreassen e colleghi, uno strumento per valutare i comportamenti problematici legati ai social media. Continua Leonardi: “ogni volta che riceviamo un like, un commento o un messaggio, il cervello registra quell’esperienza come positiva. Il comportamento viene quindi rinforzato e tende a ripetersi, anche oltre tempi che potremmo considerare fisiologici. Non esiste un “tempo normale” valido per tutti, ma sicuramente oggi vediamo ragazzi che trascorrono davanti allo schermo periodi molto superiori a quelli compatibili con uno sviluppo equilibrato.”
Il lato oscuro della dopamina digitale non deve farci pensare, però, che i social media siano un pericolo tout-court ma, soprattutto alcune persone, possono sviluppare un atteggiamento problematico.
Ansia sociale e bisogno di approvazione: i profili più a rischio
La domanda è, allora, se esistano dei fattori di rischio e delle giovani personalità più predisposte all’uso problematico dei social. La risposta è un intreccio di fattori evolutivi, ambientali ed emotivi.
Nella delicata fase dell’adolescenza, secondo i dati HBSC dell’WHO, esistono delle differenze di genere. Sono le ragazze a mostrare percentuali più alte di uso problematico rispetto ai maschi, ipotizzando così una maggiore centralità della dimensione dell’immagine sociale nelle adolescenti che potrebbe rendere più intenso il coinvolgimento nelle dinamiche di validazione online. Ma un altro elemento importante sembra essere la salute emotiva. “Spesso parliamo di ragazzi con un forte bisogno di approvazione”, osserva il dott. Leonardi. “La conferma online è immediata, misurabile, quantificabile. Questo può spingere a un utilizzo sempre più intenso”.
A questo si aggiunge la paura di essere esclusi, la cosiddetta FOMO, e l’ansia sociale: giovani molto sensibili al giudizio altrui, che nei social trovano un contesto percepito come più controllabile rispetto alla relazione diretta.
“Sono spesso ragazzi impulsivi, emotivamente instabili, alla ricerca di contatti intensi ma brevi”, continua l’esperto. “Il rischio è che le relazioni digitali diventino una scorciatoia emotiva.

Sullo sfondo poi si affaccia un nuovo elemento: l’intelligenza artificiale. Sistemi conversazionali sempre più personalizzati possono rafforzare l’illusione di una relazione su misura, aumentando il coinvolgimento emotivo verso interazioni che non sono relazioni reali.”
Meta, TikTok e minori: perché le piattaforme sono sotto accusa
Il tema non riguarda solo le famiglie. In diversi Paesi si discute di limiti all’accesso dei minori alle piattaforme. L’Australia ha approvato una legge che prevede il divieto di accesso ai social sotto i 16 anni, mentre Meta e TikTok sono al centro di cause legali per presunto “design additivo”. “È una preoccupazione fondata”, commenta Leonardi. “Le piattaforme sono progettate per massimizzare il coinvolgimento. Le gratificazioni rapide e intermittenti non sono casuali: sono studiate per mantenere l’utente connesso. Il rischio è che si alimenti una ricerca continua di stimoli brevi e intensi, che non favoriscono una crescita relazionale matura ma incentivano dinamiche “mordi e fuggi”.
Nel tempo questo può diventare un meccanismo progressivo: la vulnerabilità aumenta, il bisogno cresce, e il ragazzo resta intrappolato in una relazione sempre più esclusiva con lo strumento digitale”.
Prevenzione dell’uso problematico dei social: dialogo e presenza
Anche quando si parla di uso problematico dei social media è possibile fare prevenzione e ridurre il rischio di incorrere in un atteggiamento patologico. “Il punto non è proibire, ma essere presenti”, sottolinea Leonardi. “Esistono momenti quotidiani, come la cena, che possono diventare spazi di dialogo autentico. Parlare della giornata, delle emozioni, dei conflitti. Insegnare che la comunicazione più complessa, e più formativa, è quella tra persone, non quella mediata esclusivamente dallo schermo.
Educare alla relazione significa aiutare i ragazzi a tollerare l’attesa, il confronto, perfino la frustrazione. Competenze che nessun algoritmo può replicare”.