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Tabagismo e Tumore: il tempo di smettere

di Anna Benedetto

Quasi un terzo dei pazienti che arriva negli ospedali specializzati per la cura dei tumori è un fumatore. E si stima che una quota fra il 50 e l’80 per cento dei fumatori oncologici continui anche dopo la scoperta della neoplasia. I dati arrivano direttamente dal Comitato scientifico di Fondazione Veronesi per la lotta al fumo.

Se il primo dato non stupisce, dal momento che il fumo è tra i catalizzatori di numerosi tipi di cancro; il secondo lancia una allerta sull’importanza di veicolare in maniera efficace strategie di riduzione del rischio da tabagismo proprio tra i pazienti oncologici.

Decisamente non un buon momento ma nemmeno solo la forza di volontà

Va da sé che dal punto di vista psicologico e motivazionale smettere di fumare proprio dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore risulti particolarmente ostico.

Non bisogna inoltre dare per scontato che l’oncologo o il medico di base indirizzi il paziente verso una terapia sostitutiva o meglio un Centro Antifumo, soprattutto fino a quando non sarà scardinato anche tra i sanitari il mito comune che per smettere di fumare occorra solo la forza di volontà del fumatore o che non ci siano, tra di loro, professionisti competenti e procedure efficaci che possano affiancare il paziente nel suo percorso di emancipazione da questa dipendenza.

I benefici sanitari

Continuare a fumare dopo una diagnosi di cancro riduce la sopravvivenza, aumenta il rischio di ammalarsi di una nuova forma di tumore ed acuisce gli effetti collaterali dei trattamenti. Smettere di fumare, anche nel caso di pazienti oncologici, è quindi una strategia efficace in termini di prevenzione e di successo delle terapie.

Il fumo aumenta in generale il rischio di complicanze da interventi chirurgici (non soltanto quelli per la resezione di tumori). Come spiega bene Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e membro del Comitato scientifico di Fondazione Veronesi per la lotta al fumo <<Per chi non dice addio al tabacco ci sono maggiori probabilità di andare incontro a complicanze dopo un intervento chirurgico, l’ideale sarebbe smettere almeno un mese prima d’entrare in sala operatoria. Tutti i tabagisti hanno più possibilità d’infezioni e maggiore difficoltà nel guarire dalle ferite chirurgiche. Il tabacco compromette la risposta a molti farmaci, compresi gli antidolorifici, e aumenta il rischio di effetti collaterali legati ai trattamenti, radioterapia compresa, oltre a quello di fare insorgere secondi tumori».

Continuare a fumare dunque può diminuire le chance di guarigione da un tumore e a contempo favorire la proliferazione di un secondo.

Un guadagno per i malati ma anche per la spesa pubblica 

Un altro fattore, rilevante questa volta sulla comunità, è il comprovato risparmio che l’abbandono del fumo da sigaretta può determinare sulla mole di lavoro e la spesa del SSN. Anche per questo i trattamenti per smettere di fumare dovrebbero essere parte integrante dell’assistenza di tutte le persone affette da cancro. 

In America ad esempio dal 2017 la cessazione del fumo da sigaretta in malati oncologici è l’obiettivo primario della Cancer Center Cessation Initiative https://cancercontrol.cancer.gov/brp/tcrb/cancer-center-cessation-initiative, promossa dal NIH (National Cancer Instituite) all’interno del Cancer Moonshot Progress nato a sua volta per accellerare i progressi delle ricerche sul cancro e la condivisione di dati ed esperienze.

Il progetto americano intende registrare elettronicamente tutti i pazienti fumatori per destinarli in automatico verso percorsi anti-fumo efficaci.

Il percorso anti-fumo come parte integrante della profilassi anti-cancro
Per questa lunga serie di buone ragioni sanitarie ed economiche,  anche il Italia i trattamenti per smettere di fumare dovrebbero essere parte integrante dell’assistenza di tutte le persone affette da cancro. 

Ad oggi invece meno della metà dei malati di cancro smette. Proprio nel momento di maggiore bisogno e fragilità, cosa si deve fare per aiutarli? 

Anzitutto occorre sfatare la credenza che “oramai il danno è fatto”, perché in realtà i fumatori hanno un rischio di morire più alto rispetto a chi invece decide di smettere.

Occorre soprattutto rendere i medici in grado di aiutarli. La buona notizia è che da aprile di quest’anno è partito un progetto per la formazione alla smoking cessation nei centri oncologici italiani. Si tratta di una rete di intervento ideata dall’Istituto Nazionale del Tumori di Milano e dall’associazione Salute Donna onlus, e finanziata da Fondazione Umberto Veronesi. Il progetto prevede attività di formazione per 400 medici in 15 centri oncologici in tutta Italia, 10 dei quali centri aderenti al network Alleanza contro il cancro, e la preparazione di materiale informativo per i pazienti sui benefici della cessazione. 

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