Tumore al seno: quasi un caso su tre si potrebbe prevenire. Ecco come

Redazione

Un nuovo studio globale su The Lancet Oncology identifica sei fattori di rischio modificabili — dalla carne rossa all’alcol, dal sovrappeso alla sedentarietà — responsabili del 28% del carico mondiale di cancro al seno. Ma la vera emergenza è un’altra: la disparità tra paesi ricchi e poveri.

È il tumore più diagnosticato tra le donne di tutto il mondo. Nel 2023 il cancro al seno ha colpito circa 2,3 milioni di persone e causato 764.000 morti, sottraendo complessivamente 24 milioni di anni di vita in buona salute. Eppure, secondo un’ampia analisi pubblicata su The Lancet Oncology nell’ambito del Global Burden of Disease Study 2023, quasi un terzo di questi casi è riconducibile a comportamenti e condizioni su cui è possibile intervenire. Una notizia che suona come un campanello d’allarme — ma, a ben vedere, anche come un’opportunità concreta.

I numeri: 3,5 milioni di casi entro il 2050

Le proiezioni del rapporto non lasciano spazio all’ottimismo facile: i nuovi casi di cancro al seno potrebbero salire dagli attuali 2,3 milioni fino a oltre 3,5 milioni entro il 2050, mentre i decessi potrebbero quasi raddoppiare, passando da 764.000 a 1,4 milioni nello stesso arco di tempo. Numeri destinati a pesare in modo drammaticamente diseguale sulle diverse aree del pianeta.

Attualmente il 73% dei casi viene diagnosticato nei paesi ad alto reddito, ma il 39% di tutti i decessi si concentra nei paesi a basso e medio-basso reddito. Tra il 1990 e il 2023, il tasso di mortalità standardizzato per età è diminuito del 29,9% nei paesi ricchi, mentre è aumentato del 99,3% nei paesi più poveri.

La crisi globale del cancro al seno è però una crisi di equità, non soltanto di aumento dei casi. Paesi come Belgio e Danimarca stanno già raggiungendo l’obiettivo dell’OMS di una riduzione annuale della mortalità di almeno il 2,5%, mentre in molti paesi africani il rapporto tra mortalità e incidenza è già drammaticamente elevato.

I sei fattori modificabili: cosa possiamo cambiare

Il dato più significativo — e più utile in chiave di salute pubblica — è che il 28% del carico globale di malattia da cancro al seno è attribuibile a sei fattori di rischio potenzialmente modificabili. Ecco nel dettaglio il peso di ciascuno, misurato in anni di vita sana persi:

  • Elevato consumo di carne rossa: responsabile di quasi l’11% degli anni di vita sana persi — il fattore più rilevante tra i sei
  • Uso di tabacco (incluso il fumo passivo): 8%
  • Glicemia elevata: 6%
  • Indice di massa corporea elevato (sovrappeso e obesità): 4%
  • Consumo elevato di alcol: 2%
  • Scarsa attività fisica: 2%

Tra il 1990 e il 2023 si sono registrati progressi incoraggianti sul fronte dell’alcol (-47%) e del tabacco (-28%), ma gli altri fattori — soprattutto quelli legati all’alimentazione, al peso corporeo e alla sedentarietà — non hanno visto miglioramenti comparabili.

Prevenzione: una strategia che non può essere uguale per tutti

Nei paesi ad alto reddito, più di un terzo dei casi di cancro al seno sarebbe prevenibile attraverso cambiamenti dello stile di vita. Ma la prevenzione non può essere una ricetta universale. Nei paesi a basso e medio reddito — quelli che stanno subendo il maggiore aumento del carico di malattia — le strategie di salute pubblica devono puntare sia sulla promozione di stili di vita sani, sia sull’identificazione precoce dei gruppi a rischio attraverso campagne di screening e sensibilizzazione.

I governi hanno una responsabilità concreta: costruire ambienti che rendano più facili le scelte salutari, dall’alimentazione all’attività fisica, dall’accesso agli screening alla lotta al tabagismo.

Il punto chiave

Il cancro al seno è in aumento, ma non è un destino ineluttabile. Quasi un terzo dei casi a livello mondiale è collegato a sei fattori su cui ciascuno di noi — e soprattutto i governi — può agire: dieta, fumo, alcol, peso corporeo, glicemia, movimento. I progressi già ottenuti su fumo e alcol dimostrano che il cambiamento è possibile. La sfida più urgente, però, rimane quella dell’equità: garantire accesso a diagnosi e cure di qualità anche dove oggi mancano le risorse.

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