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Vitamina D riduce rischi per il cuore, ma solo alle dosi giuste

di Valentina Di Paola

L’integrazione della vitamina D potrebbe davvero ridurre i rischi per il cuore, ma solo se assunta alle giuste dosi e dalle persone “ad alto rischio”. A fare chiarezza su un argomento considerato ancora molto controverso è stato uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina Cardiovascolare dell’University of Kansas Medical Center https://www.kumc.edu/. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of the Endocrine Society https://academic.oup.com/jes/article/5/10/bvab124/6321994. La maggior parte dei dati sull’impatto della vitamina D sulla salute e in particolare sulle malattie cardiovascolari proviene da studi osservazionali e retrospettivi. Il nuovo studio cerca di colmare le lacune presenti nella letteratura scientifica e porta alla luce alcune possibili spiegazioni della presenza di così tante discrepanze sull’argomento.

Vitamina D efficace a livelli ottimali

Per riuscirci i ricercatori hanno utilizzato i dati di 20.025 pazienti che hanno ricevuto cure presso la Veterans Health Administration americana e hanno eseguito un follow-up lungo 14 anni. Gli studiosi hanno misurato i livelli di vitamina D nel corso degli anni almeno due volte. Questo significa che i ricercatori sono riusciti a distinguere i pazienti che hanno raggiunto la “soglia ottimale” rispetto a coloro che non lo hanno fatto. Inoltre, dallo studio sono stati esclusi i pazienti che avevano livelli normali di vitamina D. Tutti i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi: il Gruppo A era composto da pazienti non trattati con livelli di vitamina D inferiori 20 nanogrammi per millilitro (ng/ml); il Gruppo B includeva pazienti trattati con livelli di 21-29 ng/ml; mentre il Gruppo C è stato trattato  con livelli ottimali di vitamina D maggiori di 30 ng/ml, come suggeriscono le linee guida della European Endocrine Society. Ebbene, dai risultati è emerso che i pazienti del Gruppo C avevano un rischio significativamente inferiore di subire un infarto miocardico rispetto ai pazienti degli altri due gruppi. Non è risultata alcuna differenza nel rischio di infarto miocardico tra i pazienti trattati con livelli di vitamina D subottimali (Gruppo B) e i pazienti non trattati (Gruppo A). Per quanto riguarda la mortalità per tutte le cause, entrambi i gruppi B e C avevano un rischio di morte inferiore rispetto al Gruppo A. 

Integrazione nei soggetti ad alto rischio

Questo studio, pur chiarendo alcuni degli aspetti più controversi, non risponde a tutte le domande e non ha coinvolto una popolazione rappresentativa. La popolazione dello studio, infatti, era prevalentemente maschile con etnia non specificata, un importante predittore di carenza di vitamina D. Inoltre, gli autori hanno escluso un numero significativo di pazienti i cui livelli hanno oscillato durante il follow-up che, sebbene importante per determinare la differenza tra i diversi gruppi, non è raro nella pratica clinica. Inoltre, con dati retrospettivi, non è possibile determinare se la vitamina D sia un indicatore di cattive condizioni di salute in generale. Tuttavia, questo studio è importante e mette in evidenza vari aspetti che futuri studi nel campo dovrebbero considerare durante la progettazione dello studio. Questi includono la misurazione dei livelli di vitamina D più di una volta poiché non tutti i pazienti raggiungono livelli ottimali con l’integrazione; una durata del follow up più lunga; e l’utilizzo di un intervallo di riferimento coerente. “In termini di pratica clinica, l’integrazione di vitamina D, specialmente nella popolazione a rischio, dovrebbe continuare fino a quando studi prospettici con campioni più rappresentativi non sosterranno test e trattamenti più diffusi”, concludono i ricercatori.

LINK ALLO STUDIO: https://academic.oup.com/jes/article/5/10/bvab124/6321994

 

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